Friday, July 05, 2019

Ue, perché il governo Lega-5 Stelle ha perso la partita delle nomine

https://www.ilsole24ore.com/art/ue-perche-governo-lega-5-stelle-ha-perso-partita-nomine-ACkkVhW

Il vicepremier Matteo Salvini aveva annunciato un terremoto nelle istituzioni Ue. Il risultato, per ora, non gli ha dato ragione: l’Italia è fuori da quasi tutti i ruoli di peso, con l’eccezione del (socialista) David Sassoli alla guida del Parlamento europeo. Male anche le nomine dei vicepresidenti: la spunta solo il grillino Cataldo, a spese della leghista Bizzotto

di Alberto Magnani
Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giuseppe Conte (Ansa)
Luigi Di Maio, Matteo Salvini, Giuseppe Conte (Ansa)

La «rivoluzione del buonsenso» di Salvini parte un po’ a rilento. Le maratone negoziali per il ricambio dei nuovi vertici Ue si sono risolte con un pacchetto di nomine che ha escluso (quasi) del tutto esponenti graditi o sponsorizzati dal governo Lega-Cinque stelle. La possibile presidente della Commissione Ursula von der Leyen è un membro della Unione cristiano-democratica di Angela Merkel, il neopresidente del Consiglio europeo Charles Michel appartiene alla famiglia europea dei liberali, la nuova numero uno della Bce Christine Lagarde è stata spinta da Emmanuel Macron, l’alto rappresentante per la Politica estera Josep Borrell è un vecchio volto della famiglia dei Socialisti&Democratici. Così come è socialista l’unico italiano eletto in un ruolo di peso: l’eurodeputato del Partito democratico David Sassoli , neopresidente del Parlamento europeo, nominato al secondo turno di voti grazie all’appoggio di Partito popolare europeo e dei liberali confluiti nel gruppo Renew Europe.
I Cinque stelle si consolano con la rielezione del loro eurodeputato Fabio Massimo Castaldo fra i 14 vicepresidenti dell’Eurocamera, rendendolo il primo nella storia a ricoprire l’incarico senza essere iscritto a un gruppo politico. Resta a bocca asciutta la Lega, ostile all’elezione di Sassoli e delusa dal flop della candidatura alla vicepresidenza dell’eurodeputata Mara Bizzotto. La diretta interessata ha parlato di una «sconfitta della democrazia» e di uno «schiaffo a nove milioni di italiani che hanno votato Salvini». Ma le ragioni del doppio scivolone, a Bruxelles e Strasburgo, vanno cercate su altri fronti.
A Bruxelles il boomerang del no a Timmermans
In una intervista al Corriere della Sera, il premier Giuseppe Conte si è detto soddisfatto del pacchetto di nomine formulato a Bruxelles dal Consiglio europeo dopo una maratona di oltre tre giorni. O meglio, le cose sarebbero anche «potute andare peggio» rispetto alla rosa finale decisa dai leader europei. Ma è così vero? L’impatto maggiore del governo Lega-Cinque stelle, rappresentato proprio da Conte a Bruxelles, è stato quello di opporsi a un nome che sembrava in pole position per la carica di presidente della Commissione: l’olandese Frans Timmermans, già candidato-guida dei Socialisti alla guida dell’esecutivo Ue, catapultato improvvisamente fra i favoriti dopo l’endorsement pubblico di Angela Merkel. L’Italia si è messa di traverso alla sua nomina insieme a un blocco di «10-11 paesi», a partire dall’Ungheria di Viktor Orban, dicendosi contraria più al «metodo di scelta» che alla persona.
Una perifrasi per attaccare il meccanismo degli spitzenkandidat, i candidati indicati dai partiti come lo stesso Timmermans o il tedesco Manfred Weber, visto che avrebbe «penalizzato l’Italia». Il risultato è che Timmermans è uscito di scena, ma la sua attuale sostituta si sposa a fatica con le inclinazioni dell’esecutivo italiano: appunto von der Leyen, ministro della Difesa nel governo di Angela Merkel in Germania. Timmermans ha sempre mantenuto buoni rapporti con il nostro paese (e la nostra lingua: parla italiano), segue una linea flessibile sui conti pubblici ed è favorevole, come il suo gruppo, a una riforma del regolamento di Dublino che incentivi la cooperazione dei vari paesi Ue nella gestione dei migranti. Von der Leyen è comunque espressione della Cdu e del governo tedesco, additato più volte dal governo Lega-Cinque stelle come una sorta di nemesi delle linee guida dell’esecutivo italiano su politica economic a e gestione dei flussi migratori (anche se Merkel si è sempre espressa a favore di una revisione del trattato , poi osteggiata dallo stesso governo italiano).

La «beffa» di Sassoli e il flop delle vicepresidenze
Non è andata meglio a Strasburgo, dove si giocava solo la partita della presidenza del Parlamento europeo. Il candidato eletto già al secondo turno di voti, Sassoli, appartiene al Pd e ai Socialisti&Democratici: rispettivamente il principale partito di opposizione al governo in Italia (il Pd) e uno dei gruppi che incarnano la vecchia Europa contestata da Lega e Cinque stelle (i Socialisti). Il voto per il numero uno dell’Eurocamera è segreto, ma è improbabile che le delegazioni dei due partiti abbiano dato la propria preferenza al candidato sostenuto in blocco da Socialisti, Popolari e Liberali. Anche se la sfida si è risolta quasi subito, gli unici concorrenti di peso alla sinistra e alla destra di Sassoli sono stati la Verde Ska Kelle r (133 preferenze al secondo voto) e il ceco Jan Zahradil, esponente del gruppo di destra Conservatori e riformisti (160 voti). Zahradil è la scelta che si avvicina di più alle linee-guida di Identità e democrazia, il cartello politico dei sovranisti capeggiato dalla Lega di Salvini, ma si è fermato a meno della metà dei voti incassati da Sassoli già al secondo turno di voti.

La nomina dei 14 vicepresidenti dell’Eurocamera ha regalato, in compenso, un successo ai Cinque stelle e un fiasco alla Lega. Gli aspiranti vicepresidenti possono presentare la propria candidatura ed essere eletti a maggioranza assoluta. Se il numero di vincitori resta sotto una quota di 14 eletti, si procede a un secondo round. Nel caso non si arrivi neppure in questo caso alla soglia necessaria di 14 figure, si procede a un ulteriore voto a maggioranza semplice. È quello che è successo a Strasburgo. I Cinque stelle hanno incassato la riconferma di Castaldo, eletto con 248 voti al terzo ballottaggio. La Lega ha subito la sconfitta di Mara Bizzotto,già europarlamentare nella legislatura 2014-2019, ferma a 142 voti e scavalcata dal suo “alleato” di governo nella stessa manche di voti. Bizzotto se l’è presa con «le élite e i burocrati di Bruxelles», accusati di voler «cancellare la volontà popolare». Ma a remarle contro è stata, indirettamente, anche la sua stessa famiglia politica. Identità e democrazia, rappresentata a a Bruxelles da 73 eurodeputati, si è astenuta nel ballottaggio decisivo, abbandonando l’aula in segno di protesta contro il ricorso al voto elettronico segreto.

Friday, November 02, 2018

Le èlites e la competenza nemici mortali del popolo


L'Analisi|i contrasti sulla manovra







I contrasti sulla manovra - praticamente un “uno contro tutti” senza precedenti - hanno lunghi e tenaci tentacoli istituzionali, non solo ovvie ragioni economiche. Quell’uno-noi, è solo e orgogliosamente isolato, salvo un paio di potenze intruse e senza titolo, che stanno sul fiume, in attesa di una piccola Italia. Gli altri sono davvero tutti, e tutti con qualche buon titolo. I tentacoli istituzionali conducono direttamente al movimento degli eredi di Beppe Grillo, a bilanciare la guida politica tutta salviniana del tandem gialloverde. La Lega, il più antico partito politico nazionale, ha sviluppato una pragmatica cultura di gestione dentro una cornice di sostanziale indifferenza e insensibilità istituzionale.
Basta pensare allo spettacolino messo in atto ad ogni atto giudiziario rivolto al leader, di apertura o archiviazione, che fa temere il vuoto di conoscenza delle dinamiche costituzionali di quel potere.

Da questa ripartizione di ruoli deriva una costruzione costituzionale fantasiosa, istintiva, purtroppo estranea al nostro impianto costituzionale. Una costruzione figlia ed evoluzione dello sconquasso dei primi anni ’90 , che ha visto dissolversi partiti ispirati alla nostra costituzione ( partiti di uguali spontaneamente associati), e nascere start up politiche a gerarchia ferrea. La democrazia interna dei partiti lascia il posto alla più rigida delle gerarchie. Nascono velleità di potere incondizionato, basate sui rapporti di forza del momento: contenute solo grazie alla fortunata sintesi costituzionale dei poteri del capo dello Stato, garante della Costituzione, e alla fortunosa coincidenza di ben quattro consecutivi presidenti solidamente legati alla stessa costituzione. Settant’anni di Repubblica e di democrazia conoscono tre fasi, impropriamente chiamate “repubbliche“ (prima, seconda e ora terza), ognuna con un diverso soggetto dominante: il parlamento, fino ai primi anni novanta; il governo, “eletto” senza mai esserlo, fino al 4 marzo di quest’anno; ora, la mistica virtuale del “popolo sovrano“, come semplice proiezione, istintiva, di un movimento e della propria identità morale e ”incontestabile” onestà. Lunghi passi verso l’uscita da un modello di democrazia conosciuta, verso la suggestione di una forma di democrazia istintiva e narcisistica: il volere di questo pezzo di popolo, una parte per il tutto, nel senso appena accennato, che non accetta, non riconosce ostacoli, controlli, interferenze, controinteressi, altri diritti . Non da parte delle opposizioni , giustamente titolate a proporsi quale alternativa futura. Non dai titolari dei poteri di controllo, di vigilanza, di equilibrio. Nemmeno, quasi un delirio, dalle norme della Costituzione: nel caso di specie, la millantata vittoria elettorale travolge lo stesso vincolo della copertura finanziaria, e giustifica, santifica qualsiasi promessa elettorale. Non il contrario. Da qui l’ “uno contro tutti”, quasi uno spirito di crociata contro gli infedeli.
Quel ”popolo” ha un nemico mortale, le “èlites”, usurpatrici. In sintesi, il conflitto tra popolo ed èlites, ne nasconde un altro, tragico: tra competenza, un disvalore addirittura etico, e verginità culturale, come purezza e trasparenza; tra professionalità politica e istituzionale, veicolo di sopraffazione, e la catarsi dell’inesperienza assoluta, dell’inettitudine. Come paradosso, la forma di responsabilità più alta e complessa, la cura degli altri, viene svilita e messa all'asta, quasi una lotteria. Alla lotteria, le entità collettive perdono sempre. Chi a quella responsabilità viene chiamato, quasi in un sinistro sorteggio, scivola dal livello alto della rappresentanza istituzionale a quello mediocre della rappresentanza di tipo commerciale. Deve sfigurare, come prestigio, come condizione sociale ed economica, a fronte dei rappresentati; e, assieme, devono sfigurare le istituzioni, perdere il loro originario splendore. Nascessero oggi, sarebbero confinate in qualche palazzone di periferia . Un insulto agli elettori , una caricatura del popolo sovrano. Quasi che gli elettori avessero chiesto di governare, non di essere ben governati. Nella realtà, mai hanno contato così poco.
montesquieu.tn@gmail.com

 https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-11-02/le-elites-e-competenza-nemici-mortali-popolo-140427.shtml?uuid=AEwj4vZG

Tuesday, October 02, 2018

La partita pericolosa sull’euro

https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_29/i-pericoli-costi-ec47480e-c41c-11e8-af74-9a32bd2d1376.shtml


La strategia del governo non sembra in realtà quella di fare la rivoluzione, ma al contrario soltanto quella di prendere tempo. Tempo necessario a consolidare consensi in vista delle elezioni europee e dei prossimi appuntamenti elettorali mentre si rende l’economia italiana progressivamente meno dipendente dagli investitori esteri

La partita pericolosa sull’euro
La manovra approvata dal governo costituisce un’aperta sfida all’Europa. I giallo-verdi spiegano che la loro responsabilità è innanzitutto nei confronti degli italiani, mettendo quindi in contrapposizione gli interessi di questi ultimi a quelli europei: una retorica martellante che ha prodotto la convinzione di molti secondo cui l’Europa sarebbe in realtà un nemico le cui regole sono state disegnate per sostenere gli interessi tedeschi, contro di noi. Immagino che il governo abbia quindi una strategia rispetto ai nostri partner europei diversa da quella del passato, che pur contestando aspetti delle regole comunitarie si basava sul negoziato e non sullo scontro. Una possibile interpretazione di questa strategia è la seguente. Provocando Bruxelles sul deficit, l’Italia dà un altro calcio al patto di stabilità, contando — a ragione — sul fatto che quest’ultimo abbia ormai perso di credibilità, data la complessità delle sue regole e i difetti di concezione. Facendolo unilateralmente — e non nell’ambito delle discussioni multilaterali di riforma del governo economico dell’euro — indebolisce ancor più la già fragile fiducia tra Stati membri.
In questo modo si bloccano le riforme in discussione. Prima di tutto il completamento dell’unione bancaria e così anche ogni proposta di bilancio comune europeo. Ma poco importa perché queste riforme sono oggi improbabili, data la fragilità politica di tutti i Paesi membri e la crescente avversità al «più Europa» che rende leader riformatori come Emmanuel Macron e Angela Merkel più prudenti che nel passato.
Quindi, diamo un bel calcio e andiamo per la nostra strada. Ai mercati questo piace poco ma non siamo nelle condizioni del 2011, in piena crisi finanziaria e con una minaccia imminente per la sopravvivenza della moneta unica. Il costo dello spread sarà sicuramente pesante, alzerà gli oneri finanziari, il costo di raccolta delle banche e quindi le condizioni di credito. Se la manovra porterà crescita e consenso si sopporterà anche questo, naturalmente contando sul fatto che la fuga degli investitori stranieri non sarà troppo rapida e massiccia.
Poiché immagino che i membri più avveduti della coalizione sappiano che è molto improbabile che una manovra così sbilanciata sulla spesa corrente sia adeguata a risolvere i problemi di crescita strutturale dell’Italia e che quindi anch’essi si aspettino che i miracoli preannunciati sul Pil non si vedranno, la strategia del governo mi sembra non sia in realtà quella di fare la rivoluzione, ma al contrario soltanto quella di prendere tempo. Tempo necessario a consolidare consensi in vista delle elezioni europee e dei prossimi appuntamenti elettorali mentre si rende l’economia italiana progressivamente meno dipendente dagli investitori esteri.
Questo comporterà misure che creino incentivi ai cittadini a comprare titoli di Stato, pressioni affinché le banche facciano altrettanto e rinunciando quindi a quei vantaggi di diversificazione dovuti all’integrazione finanziaria che sono una delle motivazioni fondamentali del mercato unico. Si potrebbe addirittura sostenere che una nuova regola per la comunità europea dovrebbe essere quella di dare completa libertà ai governi nazionali per le politiche di bilancio, se queste non comportano pericoli per gli altri e sono quindi finanziate interamente contraendo debito con i propri cittadini. Questo potrebbe proprio essere l’inizio dell’Europa a due velocità con l’Italia nelle mani degli italiani, «recintata» per evitare che crisi possibili del debito contagino gli altri Paesi. Noi italiani saremmo così letteralmente tutti in una stessa barca, con un rischio bancario eguale al rischio sovrano: fallisce lo Stato, falliscono le banche e viceversa. I cittadini rinuncerebbero in modo patriottico a usare i loro risparmi in modo più remunerativo mentre le banche sosterrebbero lo Stato invece che le imprese. Se il patriottismo non bastasse, si dovrebbe considerare l’introduzione di controlli sui movimenti di capitale.
È chiaro che questa prospettiva sovranista non potrebbe durare perché affosserebbe ancora di più la crescita e soprattutto essa è fondamentalmente incompatibile con la logica di un mercato integrato e con la moneta unica. Il passo seguente sarebbe quindi uscire dall’euro riconquistando libertà di cambio e di emissione di moneta propria. Ho già scritto dei limiti di questa scelta e dei costi che comporterebbe per gli italiani ma è lì che — in modo più o meno cosciente, e sicuramente poco trasparente — questo governo ci sta portando.

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La perfetta manovra maldestra

https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_29/perfetta-manovra-maldestra-2a8a2bec-c42a-11e8-af74-9a32bd2d1376.shtml

Va dato atto al governo verde-giallo di avere concepito una strategia impeccabile, da manuale, se la si valuta in base al vero obiettivo del consenso

La perfetta manovra maldestra
Sbagliano i critici della manovra. Essa non è né maldestra né azzardata. Chi critica la manovra lo fa perché la valuta sulla base dell’interesse generale del Paese. Ma così è come fare gol a porta vuota.
Allora proviamo a ragionare. È vero, la manovra è maldestra. Sceglie con orgoglio una strategia pluriennale di significativo disavanzo pubblico, sfidando gli articoli 81 e 97 della Costituzione e le regole convenute con l’Unione Europea. Presenta un’Italia refrattaria al buon senso. Il nostro Paese spicca infatti per alto disavanzo e debito pubblico e per bassa crescita, dovuta anche ad uno Stato-provvidenza e frenatore del mercato. Ora che il «governo del cambiamento» ha preso in mano il Paese, punta a farlo crescere di più mediante disavanzo e debito ancora maggiori e l’inversione del percorso avviato dagli ultimi quattro governi per rimuovere alcuni ostacoli alla crescita. Inoltre, la manovra è effettivamente azzardata. Pur con ipotesi prudenziali, Federico Fubini nel Corriere di ieri ha quantificato quell’azzardo in un probabile accumulo di oltre 100 miliardi di euro aggiuntivi di debito pubblico nei prossimi tre anni, con una preoccupante conseguenza.«Per la prima volta a ogni lavoratore in Italia corrisponderà una quota di debito dello Stato superiore ai centomila euro, come se a ciascun occupato nel Paese facesse capo un mutuo-casa da pagare ogni mese, senza però che questi abbia la casa».
La prospettiva potrebbe aggravarsi ulteriormente se i mercati finanziari reagissero con nervosismo alla manovra italiana (venerdì lo spread Btp-Bund aveva toccato i 282 punti, contro i 102 della Spagna e i 33 della Francia), alle prossime valutazioni delle agenzie di rating e alle posizioni che assumeranno la Commissione e l’Eurogruppo. Questi, se vorranno mantenere un minimo di credibilità, dovranno prendere in considerazione una procedura di infrazione per disavanzo eccessivo nei confronti dell’Italia. Ciò sottoporrebbe le scelte del governo a vincoli più stretti. Un governo nazionalista e sovranista finirebbe così per provocare una riduzione della sovranità effettiva della Nazione.
Con le ampie emissioni di titoli di Stato che questa manovra comporterà, il loro assorbimento da parte del mercato è destinato ad assottigliarsi e a richiedere tassi di interesse crescenti, quando si ridurranno gli acquisti da parte della Bce al venir meno del quantitative easing. Gli Stati bisognosi di un temporaneo sostegno non verranno lasciati soli dalla Ue. Potranno richiedere alla Bce l’attivazione di uno strumento di finanziamento creato nel 2012 e che nessuno Stato ha finora richiesto, l’Omt (Outright monetary transactions). Attenzione, però: per potersene avvalere, lo Stato deve essere in regola con le norme e gli impegni europei. Con questa manovra, l’Italia ha scelto di non rispettarli. Non so se ne fossero consapevoli, ma i ministri usciti euforici l’altra sera sul balcone di Palazzo Chigi avevano appena tagliato le funi dell’unica rete di sicurezza disponibile per l’Italia in caso di bisogno.
Possiamo allora concludere che questa manovra è effettivamente maldestra e azzardata. Diciamolo pure, è irresponsabile. Però questo è vero solo dal punto di vista del bene del Paese, dell’interesse generale, della Nazione, del popolo e della sovranità, che verranno tutti danneggiati. Ma smettiamola di essere così ingenui ! Non è questo che in generale interessa ai politici, in Italia e altrove, in questi anni. Il loro vero obiettivo è ottenere il consenso per essere eletti e, una volta che sono al governo, il consenso per essere rieletti.
Da questo punto di vista, va dato atto al governo verde-giallo (che, come nei semafori, tende al rosso per quanto riguarda i bilanci) di avere concepito una strategia impeccabile, da manuale. Così è, se la si valuta in base al vero obiettivo del consenso. Di Maio e Salvini disprezzano (in parte, giustamente) i mercati finanziari. Ma devono averli studiati a fondo. Quel che hanno fatto, con le tre «carte» programmi elettorali-contratto di governo-manovra, è un impeccabile e riuscitissimo Lbo (leveraged buyout). Come è noto, un Lbo è un’operazione di finanza strutturata utilizzata per l’acquisizione di una società mediante lo sfruttamento della capacità di indebitamento della società stessa.
Nel caso dei nostri due, la società è lo Stato italiano. Il controllo dello Stato (assicurato dalla maggioranza parlamentare e dal governo) è stato acquisito mediante l’emissione di ingenti promesse di pagamenti vari ai cittadini-elettori (reddito di cittadinanza, flat tax, condono, abolizione della legge Fornero, ecc.), beninteso alla condizione che si presentassero numerosi il giorno dell’assemblea sociale (le elezioni) e votassero in modo tale da far sì che gli autori delle promesse acquisissero il controllo della società (lo Stato) e assolvessero poi al debito da loro assunto con le promesse attingendo alla cassa della società e alla sua capacità di indebitarsi ulteriormente.
Certo, siccome coloro che avevano accettato le promesse-contro-voto facevano parte di due grandi gruppi, quello giallo e quello verde, occorrevano appropriati accordi (il contratto di governo) per assicurare un equilibrio nell’assolvimento delle promesse fatte agli uni e agli altri. Dato che le disposizioni del contratto di governo hanno natura di patti parasociali, nessuna sorpresa che a garantirne l’osservanza, come spesso avviene per i presidenti dei patti di sindacato, sia stato chiamato come presidente del Consiglio uno stimato docente di Diritto. Durante la campagna elettorale avevo osservato che, siccome ogni promessa è debito e le promesse dei partiti erano di una generosità senza precedenti, noi cittadini alla fine saremmo stati gravati da pesanti debiti, per disobbligare i partiti verso gli elettori. Non avrei però immaginato che il gioco delle tre carte sarebbe stato praticato su scala così vasta e con una tale perfezione. 

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Sunday, September 09, 2018

Il Belpaese è diventato brutto - Corriere.it

https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_09/belpaese-diventato-brutto-22c442aa-b398-11e8-98e5-ba3a2d9c12e4.shtml

Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.

Fu su questo terreno che nel corso del primo mezzo secolo di vita della Repubblica ebbero modo di mettere radici e di consolidarsi una non disprezzabile educazione civica e politica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione. Contò naturalmente l’innalzamento del reddito e delle condizioni di vita, ma una parte decisiva ebbero altri fattori. Innanzitutto l’esistenza di una politica fondata sulle grandi organizzazioni di massa — i partiti e i sindacati con le loro scuole, come quella del Partito comunista alle Frattocchie, dove poté svolgersi l’esperienza su vasta scala di una socialità discorsiva bene o male fondata sull’argomentazione razionale e sulla conoscenza dei problemi e delle possibili soluzioni — ; ma contò moltissimo la presenza nel Paese di quattro fondamentali agenzie di socializzazione: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. Nel dopoguerra per milioni di italiani avviati a uscire da un mondo rurale spesso primitivo, la parrocchia, l’oratorio, furono una palestra di acculturazione civile, di una certa appropriatezza di modi, di rispetto delle competenze e dei ruoli, di avviamento alle regole di una non belluina convivenza. Opera in parte analoga svolse la scuola. Ancora sicura di sé, della sua funzione e del suo buon diritto a esercitarla, la scuola istruì, valse a sottolineare senza remore l’indiscutibile centralità della cultura e dello studio, educò alle forme basilari della modernità e delle istituzioni dello Stato così come alla disciplina e al rispetto dell’autorità. A un dipresso le medesime cose fece l’esercito di leva, in più addestrando in molti casi al valore della competenza, alla coesione in vista di un traguardo collettivo, alla solidarietà di gruppo, al carattere inevitabile di una gerarchia. Infine vi fu la televisione pubblica. Padrona monopolistica dell’immaginario del Paese, essa si propose di esserne la grande pedagoga. E lo fu: in un modo che oggi fa sorridere ma lo fu. Divulgò la lingua nazionale, diffuse un’informazione sapientemente calibrata, cercò d’ispirarsi per tutto il resto alla buona cultura, al «sano» divertimento, ai «buoni» sentimenti, a una morale cautamente in equilibrio tra vecchio e nuovo. Il tutto all’insegna della compostezza e delle buone maniere: perfino i conduttori dei telequiz si rivolgevano alla «signora Longari» chiamandola per l’appunto signora.

Intendiamoci, non è che l’Italia d’allora fosse una specie di idilliaco piccolo mondo antico: tutt’altro. Ma fino agli anni 80 la nostra rimase comunque una società strutturata intorno a istituzioni formative consistenti: ciascuna animata a suo modo dalla consapevolezza di avere un compito da svolgere e decisa a svolgerlo. Un compito — questo mi sembra oggi molto importante — svincolato nel suo perseguimento e per i suoi obiettivi sia dal mercato sia dai desiderata del pubblico. In questo senso, infatti, né la Chiesa, né la scuola, né l’esercito, né la televisione di Bernabei potevano certo dirsi istituzioni democratiche: tanto meno del resto pensavano di doverlo essere. Ma proprio perciò esse assolvevano un compito prezioso per la democrazia liberale. La quale, per l’appunto, sopravvive solo se esistono degli ambiti della società che non obbediscono alle sue regole. Se esistono degli ambiti, delle istituzioni, dove non vigono né il principio del consenso dal basso né la regola della maggioranza. Solo a queste condizioni, infatti, possono aversi due conseguenze decisive: da un lato la produzione di un sapere realmente libero, — fatto cioè di analisi, di idee e valori condizionati solo dalla personale ricerca della verità — e dall’altra la formazione di vere élite del merito. Solo a queste condizioni si crea un ambiente sociale e un’atmosfera psicologica dove di regola l’ultima parola non l’abbiano, da soli o coalizzati, chi alza più la voce, chi possiede più ricchezze o chi ha dalla sua il maggior numero. Un ambiente sociale e un’atmosfera dove al potere della politica e dell’economia (o della demagogia e della corruzione che sono i loro frequenti sottoprodotti) siano in grado di contrapporsi gerarchie diverse. Dove al potere della politica e della ricchezza fanno da contrappeso il condizionamento della formazione culturale, i vincoli dell’etica, il giudizio dell’opinione pubblica informata.

Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

8 settembre 2018 (modifica il 8 settembre 2018 | 20:59)
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What is the environmental impact of electric cars?

https://eeb.org/wp-content/uploads/2023/02/230201_Factsheet_Environmental_Impact_electric_cars_FINAL.pdf