Sunday, September 09, 2018

Il Belpaese è diventato brutto - Corriere.it

https://www.corriere.it/opinioni/18_settembre_09/belpaese-diventato-brutto-22c442aa-b398-11e8-98e5-ba3a2d9c12e4.shtml

Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale

È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere.

Fu su questo terreno che nel corso del primo mezzo secolo di vita della Repubblica ebbero modo di mettere radici e di consolidarsi una non disprezzabile educazione civica e politica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione. Contò naturalmente l’innalzamento del reddito e delle condizioni di vita, ma una parte decisiva ebbero altri fattori. Innanzitutto l’esistenza di una politica fondata sulle grandi organizzazioni di massa — i partiti e i sindacati con le loro scuole, come quella del Partito comunista alle Frattocchie, dove poté svolgersi l’esperienza su vasta scala di una socialità discorsiva bene o male fondata sull’argomentazione razionale e sulla conoscenza dei problemi e delle possibili soluzioni — ; ma contò moltissimo la presenza nel Paese di quattro fondamentali agenzie di socializzazione: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. Nel dopoguerra per milioni di italiani avviati a uscire da un mondo rurale spesso primitivo, la parrocchia, l’oratorio, furono una palestra di acculturazione civile, di una certa appropriatezza di modi, di rispetto delle competenze e dei ruoli, di avviamento alle regole di una non belluina convivenza. Opera in parte analoga svolse la scuola. Ancora sicura di sé, della sua funzione e del suo buon diritto a esercitarla, la scuola istruì, valse a sottolineare senza remore l’indiscutibile centralità della cultura e dello studio, educò alle forme basilari della modernità e delle istituzioni dello Stato così come alla disciplina e al rispetto dell’autorità. A un dipresso le medesime cose fece l’esercito di leva, in più addestrando in molti casi al valore della competenza, alla coesione in vista di un traguardo collettivo, alla solidarietà di gruppo, al carattere inevitabile di una gerarchia. Infine vi fu la televisione pubblica. Padrona monopolistica dell’immaginario del Paese, essa si propose di esserne la grande pedagoga. E lo fu: in un modo che oggi fa sorridere ma lo fu. Divulgò la lingua nazionale, diffuse un’informazione sapientemente calibrata, cercò d’ispirarsi per tutto il resto alla buona cultura, al «sano» divertimento, ai «buoni» sentimenti, a una morale cautamente in equilibrio tra vecchio e nuovo. Il tutto all’insegna della compostezza e delle buone maniere: perfino i conduttori dei telequiz si rivolgevano alla «signora Longari» chiamandola per l’appunto signora.

Intendiamoci, non è che l’Italia d’allora fosse una specie di idilliaco piccolo mondo antico: tutt’altro. Ma fino agli anni 80 la nostra rimase comunque una società strutturata intorno a istituzioni formative consistenti: ciascuna animata a suo modo dalla consapevolezza di avere un compito da svolgere e decisa a svolgerlo. Un compito — questo mi sembra oggi molto importante — svincolato nel suo perseguimento e per i suoi obiettivi sia dal mercato sia dai desiderata del pubblico. In questo senso, infatti, né la Chiesa, né la scuola, né l’esercito, né la televisione di Bernabei potevano certo dirsi istituzioni democratiche: tanto meno del resto pensavano di doverlo essere. Ma proprio perciò esse assolvevano un compito prezioso per la democrazia liberale. La quale, per l’appunto, sopravvive solo se esistono degli ambiti della società che non obbediscono alle sue regole. Se esistono degli ambiti, delle istituzioni, dove non vigono né il principio del consenso dal basso né la regola della maggioranza. Solo a queste condizioni, infatti, possono aversi due conseguenze decisive: da un lato la produzione di un sapere realmente libero, — fatto cioè di analisi, di idee e valori condizionati solo dalla personale ricerca della verità — e dall’altra la formazione di vere élite del merito. Solo a queste condizioni si crea un ambiente sociale e un’atmosfera psicologica dove di regola l’ultima parola non l’abbiano, da soli o coalizzati, chi alza più la voce, chi possiede più ricchezze o chi ha dalla sua il maggior numero. Un ambiente sociale e un’atmosfera dove al potere della politica e dell’economia (o della demagogia e della corruzione che sono i loro frequenti sottoprodotti) siano in grado di contrapporsi gerarchie diverse. Dove al potere della politica e della ricchezza fanno da contrappeso il condizionamento della formazione culturale, i vincoli dell’etica, il giudizio dell’opinione pubblica informata.

Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

8 settembre 2018 (modifica il 8 settembre 2018 | 20:59)
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Wednesday, September 05, 2018

Ma il potere del popolo non è assoluto


L'EDITORIALE DI FABIO PONTIGGIA

Reguzzi
di FABIO PONTIGGIA - Diventa sempre più attuale il dibattito sul potere esercitato dai cittadini con gli strumenti della democrazia diretta. La riuscita della domanda d'iniziativa popolare per l'abolizione della libera circolazione delle persone è solo l'ultima sollecitazione su questo fronte. La questione si era infiammata dopo l'approvazione dell'articolo costituzionale contro l'«immigrazione di massa». Secondo i vincitori del 9 febbraio 2014 la legislazione di applicazione, varata dalle Camere federali, sarebbe una crassa violazione della volontà popolare, che andava invece attuata incondizionatamente. Di qui la nuova iniziativa.
Al di là del fatto che questa interpretazione costituisce una palese falsificazione (l'iniziativa «Stop all'immigrazione di massa» chiedeva infatti non di rescindere l'Accordo sulla libera circolazione, bensì di rinegoziarlo con Bruxelles, ed era silente su cosa si sarebbe dovuto fare nel caso in cui il negoziato non fosse andato in porto), interessa qui la questione generale della sovranità popolare. Viviamo infatti una stagione politica in cui i principi fondamentali della nostra civiltà giuridica e istituzionale, forgiata dal costituzionalismo, sono messi a dura prova, stiracchiati da tutte le parti, a volte persino violentati. La limitazione del potere, tramite la sua suddivisione (e grazie al primato della legge, garante delle libertà e dei diritti dell'individuo), sembra stranamente non doversi applicare ad un soggetto: i cittadini che esercitano direttamente, appunto, il potere. Nella visione populista e sovranista il volere dei cittadini che decidono direttamente, non delegando la decisione ai loro rappresentanti, dovrebbe essere applicato senza alcun se e senza alcun ma. Questa concezione assolutista del potere popolare e quasi sacrale del «popolo» (anzi: del «Popolo») è incompatibile con l'architettura costituzionalista che regge le nostre democrazie e per realizzare la quale ci son voluti secoli di dure battaglie contro l'assolutismo. Nessun potere, nemmeno quello popolare, è illimitato. Non è vero che il «Popolo» ha sempre ragione. E soprattutto non è vero che il «Popolo» può decidere ciò che vuole. Abbiamo dimenticato Tocqueville. «Io considero empia e detestabile - scrive ne La democrazia in America - questa massima: che in materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto di far tutto».
Il «Popolo» è una forzatura concettuale che fa torto alla realtà. Non è un'entità omogenea, formata da individui che hanno tutti la stessa opinione e interessi convergenti. È, al contrario, un insieme variegato di persone con idee diversissime sui problemi della società, su come li si debba risolvere e soprattutto con interessi discordanti e spesso contrapposti, insanabilmente antagonisti. Per questo la sovranità popolare non può essere assoluta: se lo fosse, si tradurrebbe in quella che Tocqueville ha definito la «tirannide della maggioranza», che schiaccia la minoranza soccombente. «Se voi ammettete che un uomo fornito di tutto il potere (il tiranno, ndr) può abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete ciò anche per la maggioranza? Gli uomini, riunendosi, mutano forse di carattere?».
Se un giorno il «Popolo», convinto e lasciato agire da abili demagoghi, approvando a maggioranza un'iniziativa costituzionale decidesse di abolire la libertà di stampa, o di togliere alle donne il diritto di voto e di eleggibilità, o di vietare le religioni, non si potrebbe certo dare seguito pratico a tali scelte. Poco, anzi nulla, importa che sia volontà popolare espressa democraticamente nel segreto dell'urna.
Sono casi estremi che mai si daranno. Ma l'enfasi oggi posta sulla volontà del «Popolo», che primeggerebbe su tutto, è un vento alimentato nella direzione sbagliata. La patria della democrazia diretta dovrebbe essere maestra nel ricordare che la sua creatura prediletta ha invece limiti invalicabili

Wednesday, May 30, 2018

È l’euro il problema? Cinque miti dei «no-euro» da sfatare

L’allora presidente della Bce, Wim Duisenberg, durante la conferenza stampa di presentazione delle banconote Euro a Francoforte il 30 agosto 2001 (Afp)
L’allora presidente della Bce, Wim Duisenberg, durante la conferenza stampa di presentazione delle banconote Euro a Francoforte il 30 agosto 2001 (Afp)






Uscire dall’euro? Davvero? Sono in tanti ormai a chiederlo, all’estero - la destra lepenista francese, per esempio - e in Italia. La doppia recessione di Eurolandia, nel 2008-09 e nel 2012-13 ha spinto molti alla ricerca di un colpevole e la moneta comune è un capro espiatorio perfetto: l'interdipendenza che ha creato tra i 19 paesi rende evidenti le frizioni e i vincoli, soprattutto politici, mentre nasconde a uno sguardo superficiale i vantaggi, principalmente economici. Nel profondo la realtà è decisamente diversa. I vincoli e i problemi posti dall’euro sono minimi rispetto ai vantaggi goduti dal nostro paese, i cui problemi nascono altrove.
1) Il commercio estero ha sofferto
È vero, ma ha recuperato. È innegabile che l'andamento dell’euro, oggi, risponda a fattori che riguardano l’unione dei 19 paesi, tra i quali una politica monetaria unica che tiene conto dell’insieme dell’Unione monetaria e non di un singolo paese (e le aspre critiche provenienti dall'economia più grande, la Germania, che è sospettata di essere egemonica sull'area e sulla Bce, lo confermano).

Non si può negare che il paese abbia sofferto. La bilancia commerciale, in termini reali, è andata in deficit durante tutto il primo periodo dell’euro e ha particolarmente sofferto durante la grande recessione, ma dopo la crisi è tornata rapidamente in surplus, che in termini reali ha recuperato i livelli degli anni 90. Proprio nel momento delle maggiori difficoltà di Eurolandia, e del Paese, l’Italia è tornata a essere - da metà 2012 - un esportatore netto.
ITALIA, BILANCIA COMMERCIALE IN TERMINI REALI
Dati annuali in milioni di euro. (Fonte: Eurostat)
1998200020022004200620082010201220142016280.000300.000320.000340.000360.000380.000400.000420.000440.000460.000480.000500.000
Le esportazioni, in termini reali, sono cresciute a ritmi costanti sia prima che dopo la crisi (nel grafico sopra). E anche l’export verso la Germania hanno mantenuto – in questo caso in termini nominali - un trend in crescita (malgrado la parentesi della Grande recessione) non rapidissima ma comunque sostenuta: la media storica è del 3,1% annuo, l’export è cresciuto di un miliardo di euro ogni anno. È diventato inoltre sempre più importante il resto del mondo (l’”estero” di Eurolandia), che ora copre il 61% delle nostre esportazioni, dal 50% del ’99. Il cambio dell'euro è quindi diventato molto più rilevante, per l’economia italiana, negli ultimi 18 anni. All’interno dell'Unione, la Germania, che sembra diventata la nostra bestia nera soprattutto sul tema dell’interscambio commerciale, è intanto diventata sempre meno fondamentale per i nostri destini: assorbe il 13% del nostro export (in crescita), contro il 20% del ’91 e il 17% del ’99.
ITALIA, EXPORT VERSO LA GERMANIA
Dati annuali in milioni di euro
19921994199619982000200220042006200820102012201420.00025.00030.00035.00040.00045.00050.00055.000
2) Non si può svalutare.
È vero, ma è un bene. Il desiderio di svalutazione è piuttosto bizzarro tra i populisti. Soprattutto in un paese come l'Italia, che importa carburanti, la flessione della valuta comporta sempre una riduzione dei salari reali: benzina e gasolio salgono, è difficile sostituirli, si riduce quindi il reddito disponibile per altri acquisti.
Senza contare che tutta la struttura dei prezzi può aumentare in seguito all'aumento del greggio, con stipendi e salari costretti a inseguirli, a volte senza riuscirci. Se poi è vero che una svalutazione può premiare le imprese esportatrici – imprenditori, ma anche lavoratori – è anche innegabile che l'effetto sia sempre meno importante per le economie avanzate, che devono competere sulla qualità e la produttività, non sul prezzo. Il Giappone ha recentemente provato a svalutare la propria moneta per risollevare le esportazioni, ma dopo un inizio brillante, ma inferiore alle aspettative, presto l’effetto è svanito.
GIAPPONE, ESPORTAZIONI IN TERMINI REALI
Dati in miliardi di yen (Fonte: Fred Economic data)
200120022003200420052006200720082009201020112012201320142015201645.00050.00055.00060.00065.00070.00075.00080.00085.00090.00095.000100.000
3) L’Italia non governa la propria moneta.
È vero, la politica monetaria è decisa a Francoforte dalla Bce per tutti i paesi di Eurolandia. L’Italia ne ha però tratto vantaggi di cui, restando “sovrana” – ma la sovranità è una finzione giuridica – non avrebbe potuto godere. I tassi di interesse sono calati rapidamente per tutte le scadenze. Nel ’93 il tasso ufficiale di sconto della Banca d’Italia era ancora al di sopra del 10%, poi è rapidamente sceso fino al 3% di inizio ’99, in vista dell’adesione all’euro. In termini reali è passato dal 6% - un livello altissimo, che segnalava quanti rischi erano attribuito al nostro debito pubblico - fino all’un per cento.
Per il lungo periodo, la media dei rendimenti dei decennali nell'età dell’euro è stata del 4,2%, quella del periodo 1980-92 – prima che iniziasse la flessione di “avvicinamento alla moneta unica” del 14,5%. Lo spread sui decennali tedeschi è arrivato da un massimo di 1175 punti base nell’82 fin quasi a zero dopo l’introduzione della moneta comune: i titoli italiani rendevano poco più di quelli tedeschi. Oggi il quantitative easing della Bce permette ai titoli italiani di avere di nuovo rendimenti molto bassi e spread decisamente inferiori a quelli del periodo della crisi fiscale di Eurolandia. Sono state, per il nostro paese, due grandi occasioni perdute.
ITALIA, RENDIMENTI E SPREAD DEI BTP DECENNALI
Valori in percentuale
Rendimenti BTp decennaleSpread BTp Bund
19801982198419861988199019921994199619982000200220042006200820102012201420160510152025
L’unico svantaggio che questa politica monetaria potrebbe aver portato all'Italia non piace – e non trova d’accordo – i populisti anti-euro. È possibile che il costo del credito “più basso del dovuto” abbia permesso la sopravvivenza di imprese non competitive che altrimenti sarebbero fallite (cessando di produrre in modo efficiente) o meglio avrebbero trovato in tassi più alti un forte incentivo a innovare. Lo stesso effetto che avrebbe, in tutte le economie, l’introduzione dei dazi sulle importazioni - anch’essi oggetto di crescenti nostalgie - giustificabili solo, e forse, per le industrie nascenti.
4) L'euro ha portato inflazione
È semplicemente falso. La media storica dell'inflazione italiana è del 5,6%, la media del periodo dell’euro (dal ’99) è dell’1,8%. Tra l’85, quando finì l’epoca dell’inflazione a due cifre, e il ’98, i prezzi sono invece cresciuti in media del 5% annuo. L'ingresso in Eurolandia ha ridotto la dinamica del costo della vita che, va sempre ricordato, è davvero la peggiore delle tasse.


ITALIA, INFLAZIONE ANNUA
Incremento annuale dell'indice dei prezzi, dati mensili - fonte Istat
19501955196019651970197519801985199019952000200520102015-10-505101520253035
Molti consumatori – non solo in Italia – si sono lamentati del fatto che con l'introduzione dell’euro molti prezzi sono aumentati a dismisura (e questo è vero), e hanno accusato le statistiche di non aver registrato questi movimenti (e questo, invece, è falso). Dai dati Istat emerge che a dicembre 2001, rispetto a un anno prima, molti prezzi risultavano in fortissimo aumento. Non tanto i ristoranti (+3,8%) e gli alberghi (+5,8%), da sempre sul banco degli accusati; quanto i servizi bancari delle poste (+25,8%), le patate (+19%), le polizze assicurative (+16%), la carne di maiale (+12,5%), i giornali (+11,5%), i servizi bancari in genere (+10%), la frutta (+7,6%), i vegetali (+7,3), i frutti di mare (+7%) e così via. Sono relativamente pochi i prodotti che hanno visto i prezzi salire meno del 2,4% dell'indice complessivo.
Come si spiega questa differenza? In quell’anno sono calati i prezzi dell'energia (-5%) e tra questi in particolare i carburanti (-10,3%): sono prodotti che pesano molto sul paniere e sui consumi degli italiani. In flessione risultavano anche comunicazioni, prodotti tecnologici e prodotti farmaceutici, non certo secondari nel paniere dei consumi degli italiani.


L’INFLAZIONE DOPO L’INTRODUZIONE DELL’EURO
Variazione annuale dei prezzi a dicembre 2001. ( Fonte: Istat)
25,818,916,013,513,412,511,58,78,57,77,67,35,85,65,54,63,82,4-10,1-14,2Servizi bancari postaliPatateAssicurazioneServizi finanz.in genereTrasporto aereo passeggeriCarne di maialeGiornali freschiVegetali freschiTrasporto marittimo passeggeriMolluschi e costacei freschiFruttaVegetaliAlberghiScuola secondariaPesce congelatoPaneRistoranti, pizzerie e similiInflazioneCombustibili liquidiApparecchiature di elab. inf.-20-100102030
In molti casi, la dinamica dei prezzi ha rallentato, e bruscamente, già nel 2002. Si può dire che il fenomeno si è esaurito subito, ma intanto il danno era fatto. Nel 2001, a rigore, sono cambiati molti prezzi relativi – quelli, per esempio, dei giornali rispetto a quelli dei farmaci – e i consumatori hanno dovuto sopportare un disagio aggiuntivo a quello dell'uso di una nuova unità di conto, che da allora ha lo stigma della moneta inflazionistica. Senza esserlo.

5) Il trattato di Maastricht è troppo rigido
Il trattato di Maastricht funzionerebbe perfettamente se in ciascun paese la crescita fosse uguale al 2-2,5% e la sua inflazione al 2,5%: permetterebbe di avere deficit pari al 3% del pil ogni anno - il massimo consentito - e di portare il debito al 60% del pil in un tempo lungo ma non irragionevole.
IL SENTIERO DEL RAPPORTO DEBITO PIL
Crescita pil nominale 5% Crescita Pil nominale +5%
2000200520152025203520452055206520752085209560708090100110120
Il problema è che l’Italia non cresce così velocemente, e non è a causa dei vincoli del trattato. Negli ultimi anni gli sforzi di finanza pubblica profusi non si sono trasformati in incrementi analoghi del pil nominale (che comprende anche l'inflazione). Il paese in realtà ha fatto passi indietro in termini di produttività multifattoriale, non ha saputo reggere alle sfide della globalizzazione e della tecnologia, non sono state adeguate competenze, modelli organizzativi, strutture normative.
LO STIMOLO FISCALE E LA CRESCITA
Deficit (in milioni di euro) Variazione del Pil nominale (in milioni di euro)
32.944,834.176,121.147,016.404,044.074,041.358,047.473,051.662,062.172,055.549,024.571,043.936,082.881,068.121,060.781,047.216,043.218,048.482,042.931,062.799,837.386,440.710,467.364,959.623,946.904,044.915,457.653,141.362,858.747,961.077,422.600,0-59.272,431.636,232.948,4-24.197,9-8.665,915.782,022.062,71997199819992000200120022003200420052006200720082009201020112012201320142015-100.000-50.000050.000100.000
Uscire dall’euro?
Uscire dall’euro, quindi, non è soltanto tecnicamente complicato. È anche costoso, soprattutto per un’economia indebolita come quella italiana. Tra i costi, a parte quelli evidenti – riguardanti il debito pubblico – ce ne sono altri nascosti, se non dalla realtà economica dai molti luoghi comuni che circondano l’argomento.
La moneta comune non è perfetta, resta un progetto incompleto sotto molti punti di vista. Richiede molto rigore - non solo fiscale... - da parte di tutti gli attori economici. Nel senso che fa emergere i mille problemi di un’economia, impedisce di nasconderli, impone di affrontarli. Fornisce però anche molti strumenti per farlo. Purché si voglia.

http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2017-02-27/cinque-luoghi-comuni-no-euro-sfatare-112318.shtml?uuid=AEwoNIe

What is the environmental impact of electric cars?

https://eeb.org/wp-content/uploads/2023/02/230201_Factsheet_Environmental_Impact_electric_cars_FINAL.pdf