Thursday, November 04, 2010

“Ci fa vergognare”

Archivio cartaceo | di Gianni Barbacetto

3 novembre 2010


Lo sfogo della scorta: non siamo Carabinieri per fare la guardia alle escort del premier. Ci fanno fare i tassisti per i festini, quando nostri colleghi sono morti per magistrati o politici

"Non ne possiamo più. Non siamo diventati carabinieri per fare la guardia alle escort del premier. Molti nostri colleghi sono morti mentre facevano la scorta a magistrati o politici che difendevano lo Stato. E noi, invece… È mai possibile essere ridotti cosi?". A parlare sono alcuni "ragazzi" dei servizi di scorta. Carabinieri allenati a difendere le "personalità" loro affidate fino a mettere a rischio la propria vita. "Ma qui ci fanno fare i tassisti dei festini. Per questo, dopo essere stati tanto zitti e obbedienti, ora vogliamo, a nostro rischio, far sentire la nostra voce". Cominciano i racconti, che si incrociano, si intrecciano e si sommano.

"Le feste ad Arcore si tengono nei giorni del fine settimana, dal venerdì al lunedì. Molte sono proprio di lunedì. Nell'estate si moltiplicano. Noi accompagniamo le personalità fino alla villa e poi aspettiamo fuori. Vediamo un giro di ragazze pazzesco. Arrivano con vari mezzi. Moltissimi Ncc, le auto a noleggio con conducente. Alcuni pulmini, di quelli da 10-15 posti. Una volta abbiamo visto alcune ragazze scendere da due fuoristrada di quelli massicci. Alcune ragazze le porta direttamente Emilio Fede nella sua auto, altre scendono dalla macchina di Lele Mora con targa del Canton Ticino".

"L'estate scorsa abbiamo visto molte feste alla villa di Arcore. Altre volte abbiamo accompagnato le nostre personalità in ristoranti di Milano, come 'da Giannino', in via Vittor Pisani, zona stazione Centrale. O in una casa privata di zona Venezia. Che ne sappiamo noi di che cosa succede là dentro? Ce li immaginiamo, magari fanno uso di droghe o infrangono la legge e ridono di noi, dicendo: noi siamo qua al sicuro, abbiamo anche i carabinieri che ci proteggono. E che gente c'è a quelle feste? Noi per arruolarci nell'Arma dobbiamo dimostrare di essere puliti per due generazioni, i nostri padri e i nostri nonni, e finiamo a far la guardia a gente che magari pulita non è".
"Sì, la scorsa estate ad Arcore c'era un gran via vai. Ruby? No, non me la ricordo, ma sa, sono tante, tutte uguali, tutte giovani… Abbiamo riconosciuto una giornalista. E Flo, quella che ha partecipato alla 'Pupa e il secchione'. Poi una bionda che era stata al Grande Fratello… Molte si capisce che sono straniere, tante hanno la cadenza napoletana. Poi alcune escono a fine festa, altre si fermano lì per la notte, ma è difficile tenere la contabilità, c'è un tale via vai…".

"Ci è capitato di fare missioni all'estero e di incontrare colleghi stranieri che fanno il nostro stesso lavoro: ci sfottono per questa storia delle feste, delle ragazze. Ma è mai possibile che dobbiamo vergognarci, noi che vorremmo lavorare per le istituzioni e difendere lo Stato? Abbiamo orari massacranti, turni di otto ore al giorno che spesso diventano dodici. Facciamo anche 120 ore di straordinario, ma ce ne pagano al massimo trenta, a 6 euro e mezzo all'ora, più un buono pasto da 7 euro. Va bene, non ci lamentiamo, è il nostro lavoro. Ma lo vorremmo fare per lo Stato, non per questa vergogna. Vorremmo proteggere le personalità delle istituzioni, non gente che ci fa vergognare davanti al mondo".
"Comunque non ci lamentiamo del nostro stipendio. Solo ci chiediamo se è giusto che una ragazza giovane e carina senz'altra esperienza politica prenda 15 mila euro al mese, perché è stata fatta diventare consigliere regionale. Il presidente? Con noi è gentile. Qualche volta è venuto a salutarci, a raccontaci qualche barzelletta. Una volta ci ha fatto, ammiccando, una battuta: 'Eh, beati voi che adesso andate a casa a dormire, a me invece tocca trombare'. Un'altra volta ci ha portato qualche ragazza e ce l'ha presentata. Una notte ci ha mandato una ragazza che ci ha fatto la danza del ventre…".

"A fine serata riportiamo le personalità a casa. Vediamo alcune ragazze uscire e tornare verso Milano, altre restano nella villa per la notte. Capita che dobbiamo scortare personalità che fanno il giro a riaccompagnare le ragazze nei residence milanesi, alla Torre Velasca o in corso Italia. L'ultima magari se la portano a casa. E noi dobbiamo accompagnare la nostra personalità fino alla porta dell'appartamento: è imbarazzante salire in ascensore con un signore anziano e una ragazzina. Pensiamo alle nostre figlie e diciamo che non ci piace questo mondo. Sarà moralismo, ma non ci piace".

Da il Fatto quotidiano del 3 novembre 2010
 
 

Wednesday, September 15, 2010

«Bordello Italia». Così secondo Foreign Policy il Belpaese è sceso all'inferno

 

Il suo appello – si legge su FP - era la difesa dell'economia di mercato e delle sue regole… «gli enormi conflitti d'interessi del primo ministro e miliardario italiano Silvio Berlusconi si sono fatti beffe di queste regole». Dopo una frecciata sulla sua vita privata – «le residenze del primo ministro sono diventate bordelli - e non solo metaforicamente» – Berlusconi viene bersagliato per la sua mancanza di leadership, evidente già a fine luglio, ma oggi ancora più palese: nell'ultima quindicina di giorni «la mancanza di direzione è diventata parossistica», scrive Walston. In sintesi, la situazione di politica interna: per quasi tutto agosto Berlusconi ha minacciato elezioni anticipate per tenere a bada Gianfranco Fini. Poi ha cominciato a fare marcia indietro quando i sondaggi hanno indicato che a vincere sarebbe stata la Lega Nord e che c'era una buona possibilità che il Pdl non avrebbe avuto la maggioranza in Senato. Così è tornato a parlare di "Grandi Riforme", la più controversa delle quali è quella della giustizia, «che per Berlusconi significa ottenere l'immunità dai procedimenti giudiziari».
Non va meglio in politica estera, «controproducente come la politica interna». Walston nota che in Russia il premier ha usato una conferenza del Cremlino per attaccare Fini e ha definito Vladimir Putin e Dmitry Medvedev «un dono di Dio alla democrazia» (una vignetta dell'Economist mostra il vero amore di Putin per la democrazia e la stampa, nota FP). «Ancora più imbarazzante» la notizia che una delle motovedette italiane donate alla Libia abbia mitragliato un peschereccio italiano.

 

Intanto «si moltiplicano le preoccupazioni» in casa propria. Il direttore de Il Giornale, Vittorio Feltri, ha criticato il premier per l'indecisione e la mancanza di leadership. Il suo tasso di popolarità è sceso al 37% e l'appoggio al Pdl sotto il 30%. Così, ha avviato il suo "shopping" per portare voti dalla sua parte. Un'impresa in cui - secondo FP - è molto ferrato. «Viste le sue risorse finanziarie e mediatiche, oltre ad altre forme di patrocinio politico, c'è poco che non possa offrire, come mostrano le recenti rivelazioni sulla cosiddetta P3». In proposito, Walston osserva che la maggior parte degli accusati "cantano come se fossero alla Scala", come "i topi che fuggono dalla nave che affonda".

Arriva la nota dolente dell'economia. «E' un peccato che Berlusconi sia così preoccupato della propria sopravvivenza, perché il suo paese è in grandi difficoltà». Secondo FP, il declino relativo dell'Italia è cominciato quasi 20 anni fa, ma «ogni anno le cifre della produzione vanno giù rispetto all'Europa, e ovviamente alla Cina e alle altre economie emergenti». Stando alle cifre Ocse, nel terzo trimestre il Pil italiano calerà dello 0,3%, facendone il solo paese del G7 con crescita negativa. Il World Economic Forum riconosce che una vera ripresa non è cominciata e mette l'Italia al 48.mo posto per competitività globale, subito dopo Lituania e Montenegro. La disoccupazione giovanile è salita a maggio al 29,2%. Non c'è ancora un ministro per lo Sviluppo economico. Gli insegnanti sono sul piede di guerra per i tagli e così anche la polizia. "Ci sono un sacco di veri problemi, ma l'Italia è una nave senza nocchiero".

L'Italia è di nuovo "serva" come lamentò Dante? È davvero "un bordello"? FP cita il libro di uno studioso di Princeton che dà una riposta affermativa: in "La libertà dei servi", Maurizio Viroli sostiene che l'Italia è riuscita «nell'esperimento politico di trasformare, senza violenza, una repubblica democratica in una corte che ha al suo centro un signore feudale circondato da cortigiani ammirati e invidiati da una moltitudine di gente con spirito servile». Perfino Federico Confalonieri, suo migliore amico, ricorda Walston, aveva descritto Berlusconi come "un despota illuminato". Mancava solo la polemica sull'accusa lanciata ad alcune deputate di essersi prostituite per avere un seggio in Parlamento. Morale di FP: «Il problema non è che alcune donne approdino in Parlamento attraverso la camera da letto; è che uomini e donne, giornalisti e professionisti, abbiano ceduto, più che il loro corpo, la loro mente e i loro principi». La conclusione richiama di nuovo Dante: "Lo stato è sceso all'Inferno".

 

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-09-15/bordello-italia-foreign-policy-132320.shtml?uuid=AY7dX9PC

Thursday, September 09, 2010

L’ambiguità del senatore che elogia ancora Sindona e non l’avvocato eroe

 

«Ambrosoli conosceva i rischi. Alla moglie scrisse: dovrai crescere tu i ragazzi nel rispetto verso il Paese»

L'ambiguità del senatore che elogia ancora Sindona e non l'avvocato eroe

«Ambrosoli conosceva i rischi. Alla moglie scrisse: dovrai crescere tu i ragazzi nel rispetto verso il Paese»

Giorgio Ambrosoli non è stato dimenticato. Trentun anni dopo il suo assassinio nel centro di Milano, vicino alla basilica di San Vittore, le ragioni della memoria di quel che accadde —un uomo che si fa uccidere nel nome dell'onestà— sono rimaste intatte.

Una contraddizione in un tempo come il nostro dove la corruzione diffusa impedisce lo sviluppo, dove la violenza dei poteri criminali è pressante, dove la politica ha perso spesso il rispetto di se stessa. Ma questo panorama intristito del paese non ha impedito che negli anni strade, piazze, scuole, biblioteche, aule universitarie siano state dedicate a Giorgio Ambrosoli. Il suo nome è diventato infatti un modello morale e civile.

Stasera alle 23,50 su Raidue, la puntata della «Storia siamo noi» di Giovanni Minoli è dedicata all'avvocato di Milano ucciso l'11 luglio 1979 da un killer venuto dagli Stati Uniti su mandato del finanziere Michele Sindona. Il documentario, «Qualunque cosa succeda. Storia di Giorgio Ambrosoli» di Alberto Puoti, prende il titolo dal libro di Umberto Ambrosoli, il figlio dell'avvocato, uscito nel giugno dello scorso anno, che ripercorre, con dolorosa sobrietà, la vita e la morte del padre. E' un programma serrato, questo della TV, ricco di emozioni, assai bello, se l'aggettivo si addice a una materia così straziante. I personaggi, Ambrosoli soprattutto, e con lui la moglie Annalori, il figlio Umberto, gli amici, i nemici, ministri, generali, banchieri, il presidente del Consiglio, si muovono su sfondi color del piombo - la giungla delle banche, delle società, delle finanziarie, lo Ior vaticano - tra Milano, Roma, New York, la Svizzera e Ghiffa, sul lago Maggiore, dove l'avvocato possedeva una casa, contrappunto sereno alla cupa realtà.

Che cosa rappresenta oggi la vicenda Ambrosoli, qual è la novità dopo tanto scandagliare, che insegnamento se ne può trarre?

C'è nel documentario una risposta di Giulio Andreotti a una domanda di Alberto Puoti, che fa sobbalzare chi cinico non è, disabituato alle pillole presidenziali di ambigua saggezza. «Perché Ambrosoli è stato ucciso?» domanda il giornalista. «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia e ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando».

Soltanto un caso di ordinaria imprudenza, quindi, un episodio da film all'italiana. Lo statista, il sette volte presidente del Consiglio, non fu prosciolto, al processo davanti alla Corte d'appello di Palermo nel 2003: il reato di associazione per delinquere fino alla primavera del 1980 fu semplicemente estinto per prescrizione, giudizio confermato dalla sentenza definitiva di legittimità della Corte di Cassazione, il 15 ottobre 2004.

Erano proprio quelli gli anni dell'affaire Ambrosoli. Andreotti, allora presidente del Consiglio, ne parla sereno, e pensare che doveva averne multiformi saperi.

Anche oggi non smentisce la sua empatia per il bancarottiere definito in passato «il salvatore della lira »: «Dette—conferma—un allarme per quelli che erano i pericoli del sistema finanziario internazionale che nell'immediato pochi compresero. Ma poi si è visto quanto fosse tempestivo».

E' benevolo Andreotti, seguita a fornire a Sindona le sue ambite referenze: «Il fatto che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c'erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene. Io cercavo di vedere con obiettività, non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona».

Com'è diverso il ritratto di Carlo Azeglio Ciampi, nell'anima e nello stile: «Ambrosoli era il cittadino italiano al servizio dello Stato che fa con normalità e semplicità il suo compito e il suo dovere».

E come piena di nostalgia e di rispetto la memoria di John J. Kenney, il procuratore di New York, che da Ambrosoli ebbe un prezioso aiuto, fonti, prove, documenti, durante l'inchiesta sulla Franklin National Bank, la banca americana di Sindona che segnò l'inizio della sua fine.

L'avvocato di Milano non riusciva a nascondere il suo stupore, lo si capisce leggendo i suoi diari e le sue agendine, di fronte alle rivelazioni continue dei tradimenti, delle trame, delle connivenze che avevano per protagonisti uomini di alto rango dello Stato. Avrebbero dovuto essere naturalmente dalla sua parte, pubblico ufficiale con il compito di sanare una situazione degenerata, protetta dal sistema politico di governo, e invece erano nemici che intralciavano in tutti i possibili modi quel che tentava di fare in nome della comunità condannata, per il malfare del banchiere corrotto, a pagare l'equivalente di 800 milioni di euro di oggi.

Ambrosoli era stato sottovalutato da Sindona e dal suo entourage. E' invece un giovane avvocato intelligente, non soltanto onesto. Appena entra nella banca di Sindona capisce subito com'è potente e inquinato quel mondo protetto dalla Chiesa romana, dalla massoneria, dalla DC. Con la mafia che fa anche da mano armata. Si saprà soltanto dopo il 1981, quando furono scoperte le carte di Gelli a Castiglion Fibocchi, che era stata la P2 a guidare tutte le manovre per salvare Sindona.

Giorgio Ambrosoli è solo, o quasi. Ugo La Malfa è l'unico uomo politico che si prende a cuore quella verminosa storia nazionale e gli dà aiuto come può. Pochi amici gli fanno da consulenti, il maresciallo della Guardia di finanza Silvio Novembre gli fa persino da guardia del corpo, nell'assenza di ogni protezione da parte dello Stato, nonostante le minacce mortali. E sono poi, con lui, uomini della Banca d'Italia, Paolo Baffi, il governatore, eMario Sarcinelli, che finisce persino in prigione.

E' ben cosciente, Ambrosoli, di quel che fa—altro che «andarsela a cercare». Basta leggere la lettera scritta alla moglie il 25 febbraio 1975, solo un anno dopo la sua nomina. Un testamento: «Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto (...). Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa ».

Corrado Stajano
09 settembre 2010

 

 

 

http://www.corriere.it/politica/10_settembre_09/stajano-andreotti-ambiguo-elogia-sindona-non-avvocato-ambrosoli_e088f23c-bbd4-11df-8260-00144f02aabe.shtml

«Ambrosoli? Se l'andava cercando»

 

La frase choc di Andreotti in tv sul legale ucciso nel centro di Milano nel '79

Stasera su Raidue alle 23,50 in onda la puntata di «La storia siamo noi» sull'omicidio

«Ambrosoli? Se l'andava cercando»

La frase choc di Andreotti in tv sul legale ucciso nel centro di Milano nel '79

Il bancarottiere Michele Sindona
Il bancarottiere Michele Sindona
MILANO - Giulio Andreotti ha il colletto un po' aperto e il nodo della cravatta è allentato. Ma come sempre il senatore a vita non tradisce emozioni particolari. Le labbra sottili sembrano muoversi impercettibilmente e gli occhi non cambiano espressione quando, alla domanda su perché Giorgio Ambrosoli è stato ucciso, risponde così: «Questo è difficile, non voglio sostituirmi alla polizia o ai giudici, certo è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando». Una frase che sembra buttata lì senza pensarci troppo, ma quelle parole che colpiscono al cuore rappresentano forse il momento più importante e doloroso della puntata de «La storia siamo noi» che Giovanni Minoli ha dedicato ad Ambrosoli, il liquidatore dell'impero di Michele Sindona, e che andrà in onda stasera alle 23,50 su RaiDue. Più importante perché appare l'ennesima e più chiara manifestazione del fatto che Andreotti nello scontro fra Ambrosoli e il bancarottiere Sindona, da lui salutato come il «salvatore della lira», ha saputo per chi schierarsi fin dal primo momento.

E più dolorosa perché tutti, compreso lui, sa poi cosa alla fine Ambrosoli abbia trovato nella notte dell'11 luglio 1979. Dopo una cena in trattoria e durante l'ultima ripresa dell'incontro di box che Ambrosoli segue in compagnia, arriva una telefonata: dall'altra parte c'è il silenzio. Poco dopo lui scende ad accompagnare gli amici, e mentre sta rincasando il killer Joseph Arico gli dice: «Mi scusi, avvocato Ambrosoli». E spara 4 colpi, portando a termine la missione che gli ha affidato Sindona per 50 mila dollari. Minoli racconta tutto, anche riprendendo dai suoi archivi una intervista a Sindona, in carcere in America per bancarotta. Ne illustra soprattutto l'ascesa dal nulla e ne spiega il «contesto». Gli anni ruggenti nei quali sorprende la provinciale piazza finanziaria milanese con operazioni «all'americana»: Opa, conglomerate, perfino il private equity. «Importa» tutto da Wall Street e sembra che nessuno possa fermare la sua irresistibile ascesa. Nonostante i suoi rapporti quasi esibiti con il clan Gambino e con altre famiglie mafiosi. Ma gli anni ruggenti durano poco. L'Opa sulla finanziaria Bastogi nel '71 segna il suo tramonto. L'opposizione di Enrico Cuccia, fondatore di Mediobanca, fa fallire l'operazione.

E dopo il crollo in America la crisi dilaga nel suo fragile impero in Italia, finché la sera di martedì 24 settembre 1974 alle 23 un funzionario di Banca d'Italia telefona a casa Ambrosoli. Alle 17 del giorno dopo il Governatore Guido Carli conferisce a Giorgio Ambrosoli l'incarico di «unico commissario liquidatore», come dirà lui stesso alla moglie Annalori, della Banca Privata Italiana di Sindona. Ambrosoli fa il suo dovere fino in fondo, con l'aiuto di Silvio Novembre, ufficiale della Guardia di Finanza. Ma come testimoniano i suoi diari e quelli del Governatore Paolo Baffi «mezza Italia» si muove per salvare Sindona. Ambrosoli, Baffi e il vicedirettore generale Mario Sarcinelli fanno muro. Baffi e Sarcinelli, che respingono improbabili piani di salvataggio presentati loro anche da Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti, e svelano con ispezioni e rapporti le trame di Roberto Calvi, pagheranno carissima onestà e determinazione: Sarcinelli viene arrestato e a Baffi è risparmiato il carcere solo per l'età. Saranno poi prosciolti ma Baffi lascerà Via Nazionale. Le minacce e la violenza di Sindona e dell'Italia piduista non fermano Ambrosoli. Perciò il sicario venuto dall'America lo uccide. Nella lettera-testamento alla moglie scrive il 25 febbraio 1975: «In ogni caso pagherò a caro prezzo l'incarico». E pensare che, come ha detto il figlio Umberto: «Sarebbe bastato un piccolo sì, qualche piccola omissione, non prendere posizione. Avrebbe avuta salva la vita». Ma Andreotti non ha dubbi: l'avvocato liquidatore se l'è proprio andata a cercare.

Sergio Bocconi
09 settembre 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA

Wednesday, November 04, 2009

La Svizzera entra in guerra e, per fronteggiare il nemico italiano, ora pattuglierà anche i cieli.

 

La battaglia d'Inghilterra, memorabile episodio della storia bellica quando la Luftwaffe di Hermann Göring, preparando l'invasione all'isola, s'imbarcò nella più famosa battaglia aerea di tutti i tempi, in cui un pugno di Spitfire della Regina misero infine in ginocchio l'aviazione nazista.

Per fortuna al nostro confine settentrionale non siamo ancora giunti ad aprire il fuoco, eppure gli aerei già volano.
Forse il paragone col secondo conflitto mondiale è un po' eccessivo, ma non c'è differenza dalle operazioni che si conducevano in Germania oltre il muro, sui cieli dell'ex Unione Sovietica.
La Svizzera è incattivita, per le questioni dello scudo fiscale si sta paradossalmente avvicinando ad atteggiamenti bellici dalla quale si era astenuta durante i due conflitti mondiali che sconvolsero l'Europa; vagli a toccare i soldi.

Ora la Confederazione mette addirittura in campo l'aviazione.
Da 3000 metri d'altezza, l'aereo drone svizzero (nella foto), un veivolo senza pilota in dotazione al corpo della guardie di confine con il sostegno delle Forze aeree, sorvolerà il Ticino nel corso delle prime tre settimane di novembre, con particolare attenzione alla fascia di confine per intercettare movimenti alla frontiera e impedire azioni illegali da parte delle autorità italiane.

Lo scopo dell'aereo anti spie, come comunicato delle guardie di confine, sarà garantire la sicurezza interna e, per raggiungere questo obiettivo, la Svizzera si dichiara disposta a "fare ricorso a tutte le risorse disponibili", facendo appello anche alla comprensione della popolazione per gli eventuali disagi che ne deriveranno.



Monday, October 19, 2009

Mattino 5 contro il giudice Mesiano che ha condannato Fininvest

Button mondiale nell'anno Brawn

Gara spettacolo di Jenson Button al Gp del Brasile: mai nella storia della F1 un misero quinto posto è stato tanto ammirato. Con questa posizione l'inglese si è laureato campione del mondo ma, soprattutto, per raggiungerla Button ha lottato come un leone, infilandosi in punti impossibili per effettuare sorpassi da cineteca. Bello. Il pubblico brasiliano, sia pure ammutolito dalla debacle Barrichello, ha ammirato.

Certo, Button ci ha messo 169 Gp per conquistare il titolo di campione del mondo, ma le sue doti di guida non sono mai state messe in discussione, anche se in questa seconda metà di stagione le sue prestazioni sono state nettamente inferiori a quelle di inizio campionato, al punto di far accendere i sogni mondiali per Barrichello e Vettel. In ogni caso ora la partita è chiusa. Mondiale assegnato, anzi "mondiali" perchè la Brawn Gp si è portato a casa anche quello costruttori

Ma torniamo alla gara. Oggi il dominatore è stato Webber, primo al traguardo, seguito poi Kubica, Hamilton, Vettel, Button, Raikkonen, Buemi, Barrichello, Kovalainen, Kobayashi, Fisichella, Liuzzi, Grosjean, Alguersuari. Va detto però che sulla bella gara di Webber pesa un'ombra: quella della brutta "sportellata" data a Raikkonen subito dopo il via. Non è questione di essere ferraristi o no: una manovra del genere è davvero pericolosa ed è andata bene a Raikkonen che se l'è cavata solo con la rottura dell'alettone anteriorie. In ogni caso peccato per la Ferrari perché Kimi aveva fatto una partenza spettacolare e stava per conquistare subito la seconda posizione.

Il vero sconfitto di oggi però è il povero Barrichello, solo ottavo al traguardo: Rubens dopo essere scattato bene dalla pole è finito nei guai perche nella seconda metà della gara non è riuscito più a far segnare i tempi dei primi giri. E, beffa nella beffa, a 8 giri dal termine è stato anche costretto ad una sosta forzata per sostituire una gomma posteriore forata. In quel momento per lui le speranza mondiali erano già morte e sepolte, però almeno la soddisfazione di andare sul podio Barrichello l'accarezzava davvero.

Ordine d'arrivo
1. Mark Webber (Aus) Red Bull-Renault in 1h32'23"081 alla media di 198,695 Km/h
2. Robert Kubica (Pol) BMW Sauber a 7"626
3. Lewis Hamilton (Gbr) McLaren-Mercedes 18"944
4. Sebastian Vettel (Ger) Red Bull-Renault 19"652
5. Jenson Button (Gbr) Brawn-Mercedes 29"005
6. Kimi Raikkonen (Fin) Ferrari 33"340
7. Sebastien Buemi (Sui) Toro Rosso-Ferrari 35"991
8. Rubens Barrichello (Bra) Brawn-Mercedes 45"454
9. Heikki Kovalainen (Fin) McLaren-Mercedes 48"499
10. Kamui Kobayashi (Jpn) Toyota 1'03"324
11. Giancarlo Fisichella (Ita) Ferrari 1'10"665
12. Vitantonio Liuzzi (Ita) Force India-Mercedes 1'11"388
13. Romain Grosjean (Fra) Renault 1 giro
14. Jaime Alguersuari (Esp) Toro Rosso-Ferrari 1 giro
Giro più veloce: (25.) Webber in 1'13"733

Classifica del Mondiale Piloti
1. Jenson Button (GBR) 89 punti (Campione del Mondo)
2. Sebastian Vettel (GER) 74
3. Rubens Barrichello (BRA) 72
4. Mark Webber (AUS) 61.5
5. Lewis Hamilton (GBR) 49
6. Kimi Raikkonen (FIN) 48
7. Nico Rosberg (GER) 34.5
8. Jarno Trulli (ITA) 30.5
9. Fernando Alonso (ESP) 26
10. Timo Glock (GER) 24
11. Felipe Massa (BRA) 22
. Heikki Kovalainen (FIN) 22
13. Robert Kubica (POL) 17
14. Nick Heidfeld (GER) 15
15. Giancarlo Fisichella (ITA) 8
16. Adrian Sutil (GER) 5
. Sebastian Buemi (SUI) 5
18. Sebastian Bourdais (FRA) 2


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Wednesday, October 14, 2009

Per non dimenticare: Il Times intervista Daniele Luttazzi, uno dei grandi epurati dal berlusconismo!

martedì 13 ottobre

Per non dimenticare: Il Times intervista Daniele Luttazzi, uno dei grandi epurati dal berlusconismo

 

 



 

Suvvia - dice qualcuno - non è mica un regime. Eppure degli strascichi di regime questo governo se li porta dietro. Ad una settimana dalla mobilitazione nazionale per la libertà di stampa (se ne parla qui http://www.agoravox.it/300-000-in-piazza-a-Roma-per.html e qui www.barberafabio.spaces.live.com) per farci vedere com'è difficile fare satira, informazione e controinformazione in Italia in tempo di berlusconismo, qualche tempo fa una giornalista del Times, Lucy Bannerman, ha intervistato Daniele Luttazzi. Ecco cosa ne è venuto fuori!


Ci spiega per favore come è stato citato in giudizio da Berlusconi e perché?

Nel marzo 2001 conducevo con successo (7 milioni e mezzo di spettatori) un mio talk-show satirico notturno su Rai2 intitolato "Satyricon". In una puntata intervistai un giornalista allora sconosciuto, Marco Travaglio, che aveva pubblicato da un mese un libro di cui nessuno parlava. Il libro s'intitolava "L'odore dei soldi" e riguardava le origini misteriose dell'impero economico di Berlusconi. Parlammo dei fatti emersi nel processo a Marcello Dell'Utri, braccio destro di Berlusconi, fondatore di Forza Italia (il partito di Berlusconi) ed ex-capo di Publitalia (la concessionaria di pubblicità di Berlusconi). Berlusconi fece causa per diffamazione a me, a Travaglio, alla Rai e al direttore di Rai2, Carlo Freccero, che con coraggio aveva mandato in onda l'intervista. Da me Berlusconi voleva 20 miliardi di lire. Quattro anni dopo quell'intervista, Marcello Dell'Utri è stato condannato in primo grado a nove anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. (Dell'Utri non è in carcere, però: è diventato senatore del partito di Berlusconi). Nel 2005 ho vinto la causa e Berlusconi è stato condannato a pagare 100mila euro di spese legali. Insieme con Berlusconi, mi fecero causa anche Mediaset (per 5 miliardi di lire), Fininvest (per 5 miliardi di lire) e Forza Italia (per 11 miliardi di lire). Ho vinto tutti i processi. Quell'intervista non diffamava nessuno. Informava in modo corretto.

Che genere di conseguenze ha avuto questa causa sulla sua carriera?

Nel giugno 2001, Berlusconi vinse le elezioni politiche diventando capo del governo. Nel 2002, in visita di Stato in Bulgaria, Berlusconi pronunciò il famigerato "editto bulgaro": disse alla stampa che io e altri due giornalisti (Enzo Biagi, il Walter Cronkite italiano; e Michele Santoro) avevamo fatto un "uso criminoso" della tv di Stato e lui si augurava che questo non si ripetesse. Io, Biagi e Santoro venimmo cancellati dai palinsesti: i dirigenti Rai (nominati dalla maggioranza politica berlusconiana) decisero "autonomamente" di non riconfermare i nostri programmi tv. Giustificarono la cosa come "scelta editoriale". Da allora io non sono più potuto tornare a fare programmi tv in Rai. Vent'anni di attività artistica azzerati. L'editto bulgaro, che per me è ancora in corso in Rai, impedisce due libertà: la mia di esprimermi e quella del pubblico di ascoltarmi. Questa è censura ed è inaccettabile. Immagina Gordon Brown che fa causa al comico Paul Merton perché non lo gradisce! Inoltre i lunghi processi ti vessano economicamente e psicologicamente. Infine, continuo a recitare i miei monologhi satirici in teatro, ma siccome non sono più in tv ed essendo Berlusconi un mio avversario, sono sempre meno i teatri che decidono di mettermi in cartellone, nonostante io faccia sempre il tutto esaurito. Il problema è politico. E' maccartismo.
 
In che misura ha il suo esempio scoraggiato altri satirici / giornalisti / commentatori dal criticare Berlusconi?

Al punto che non esiste più un programma di satira nella tv italiana. In Rai, ma anche a Mediaset, a La7 e su Sky vanno in onda programmi comici dove al massimo si prende in giro Berlusconi per cose superflue (il suo lifting, la sua altezza) ma non per quelle gravi (la depenalizzazione del falso in bilancio, il conflitto di interessi enorme, la legge Alfano). Tre anni fa, Sky Italia chiese di incontrarmi. Proposi un Tg satirico. Mi chiesero come avrei reagito se avessero tagliato al montaggio qualche battuta. Gli risposi che il contratto glielo avrebbe impedito. Sono spariti. Quanto a La7, il mio nuovo programma tv "Decameron" (2007) è stato interrotto alla quinta puntata, dopo che avevo registrato il monologo della sesta puntata, una satira sull'enciclica di Ratzinger.

La satira, dai tempi di Aristofane, dà fastidio perché esprime un giudizio sui fatti, addossando responsabilità. I miei monologhi colpiscono Berlusconi ma anche la religione organizzata e l'opposizione inesistente del PD, inclusi gli scandali in cui sono coinvolti dirigenti di sinistra (il caso Unipol). Ecco perché anche l'opposizione qua si disinteressa alla libertà della satira in tv, che è libertà della democrazia. Neppure Rai3, i cui dirigenti sono di sinistra, mi ha mai chiesto di tornare in tv, in questi anni. Il potere, in Italia, è suddiviso fra clan di destra e di sinistra. Scandali recenti hanno mostrato come questi clan si mettono spesso d'accordo sulla gestione della cosa pubblica, a livello locale e a livello nazionale. Lo stesso tipo di accordo precede le nomine dei dirigenti Rai. Il risultato è che la democrazia sostanziale è corrotta.
 
Michele Santoro, giornalista di sinistra, è tornato in Rai grazie a un giudice che lo ha reintegrato nel suo posto di lavoro (Santoro era dipendente Rai quando venne cancellato, io no), ma nel suo programma deve sempre ospitare qualche esponente di destra. Si dà per scontato cioè che Santoro debba essere controllato e contraddetto nella sua attività giornalistica perché sgradito a Berlusconi. Non è umiliante? Per contro, un giornalista berlusconiano, Clemente J. Mimun, quando diventò direttore del Tg1 Rai si segnalò per gravi frodi giornalistiche, tutte favorevoli a Berlusconi: fra l'altro, tolse il sonoro a Berlusconi che dava del kapò all'europarlamentare Shultz, non diede la notizia di Berlusconi che aveva definito l'assassinio di D'Antona "un regolamento di conti a sinistra", e nel 2004 aggiunse al montaggio un pubblico di delegati ONU plaudente a Berlusconi che in realtà parlava all'ONU in una sala semivuota. Il pubblico di delegati applaudiva Kofi Annan. Era un altro filmato! Un falso clamoroso! Questo nel Tg principale della tv italiana. Mimun veniva da Mediaset e lì è tornato. La Rai attuale è piena di dirigenti che vengono da Mediaset, vere quinte colonne. Un anno fa, le intercettazioni telefoniche hanno mostrato come questi dirigenti si fossero accordati con quelli di Mediaset per una programmazione che favorisse Berlusconi in occasione dei funerali di Woytila e delle concomitanti elezioni. Il governo Berlusconi nel frattempo ha proposto una legge che proibisce la pubblicazione delle intercettazioni telefoniche! Se questa legge fosse stata fatta dieci anni fa, nessuno conoscerebbe gli scandali politici, economici e sportivi più gravi della storia italiana recente.
 
Quali somiglianze vede tra il controllo della stampa nel ventennio fascista e il controllo dei media al tempo di Berlusconi?

Nel ventennio fascista l'unica agenzia di stampa era quella del regime, l'Agenzia Stefani. I giornali si attenevano a quello che scriveva l'Agenzia Stefani. I giornali liberi venivano chiusi e gli oppositori al regime perdevano il posto di lavoro, venivano mandati al confino, venivano uccisi. Oggi non uccidono gli oppositori, ma ti mandano al "confino mediatico": ti tolgono gli spazi di espressione che avevi e che ti eri conquistato col tuo lavoro. Questa è la minaccia sempre presente.
L'altra minaccia è legata all'enorme conflitto di interessi di Berlusconi. Ha aziende tv e imprese di assicurazione e di distribuzione pubblicitaria e cinematografica. Questo inquina la libertà del mercato. Un'inchiesta recente ha dimostrato che, da quando è al governo Berlusconi, molte aziende hanno tolto pubblicità dalle reti Rai per spostarle su quelle Mediaset di Berlusconi. Berlusconi inoltre controlla la politica economica e i servizi segreti. La sua influenza si estende su OGNI settore della vita italiana. E' un potere di ricatto enorme. Uno dei pochi giornali di opposizione vera, il manifesto, sempre documentatissimo e corretto, stenta a sopravvivere perché le aziende italiane non comprano spazi pubblicitari. Ecco un altro tipo di strozzatura. Non stupisce allora che i passi della quasi totalità della stampa e della tv italiana siano felpati. Il caso recente di Veronica Lario e Noemi ha dimostrato una volta per tutte l'esistenza di una sorta di Agenzia Stefani contemporanea, prontissima a ubbidire alle esigenze del Capo e a massacrare la vittima di turno (sua moglie, in questo caso). Fra giornalisti e testate, la lista dell'inquinamento berlusconiano è lunga.
 
Concentriamoci sul caso di Noemi Letizia. Come ha usato Berlusconi il suo controllo e la sua influenza sulla stampa nazionale per proteggersi da ogni possibile danno politico?

In 24 ore la risposta berlusconiana è stata massiccia e su tutti i fronti possibili. E' andato a Raiuno nel programma "Porta a porta" di Bruno Vespa, dove ha raccontato la sua versione senza il minimo contraddittorio, accusando la moglie, e approfittando dell'occasione per fare un spot pubblicitario sulle iniziative del governo in materia di aiuto ai terremotati dell'Aquila. Nessun giornalista presente (neppure il direttore del Corriere della Sera) ha ricordato che dei 12 miliardi di aiuti promessi da Berlusconi, il governo ne ha stanziati in realtà solo 4. E nell'arco di 24 ANNI! Una beffa crudele di cui nessuno ha chiesto spiegazioni a Berlusconi lì presente. Ci fossi stato io fra gli ospiti, questa sarebbe stata la domanda, decreto legge del 28 aprile alla mano. Il danno politico sarebbe stato enorme ed è stato evitato.
 
In questi 15 anni berlusconiani, pochi in Italia (giornalisti, autori satirici) gli hanno chiesto conto delle centinaia di promesse false e mai mantenute. Chi lo farebbe non ha accesso. Chi decide sull'accesso? Dirigenti tv di nomina politica. Di chi è la maggioranza politica che fa il bello e il cattivo tempo praticamente indisturbata? Di Berlusconi, un imprenditore che, in base a una legge del 1957, non poteva neppure candidarsi alle elezioni, in quanto titolare di concessioni pubbliche. La legge prevedeva e cercava di impedire il conflitto di interessi. Che adesso c'è ed è enorme. Il danno venne fatto allora, permettendo a Berlusconi di candidarsi. Tutto il resto è solo una conseguenza di quella illegalità iniziale. Perché gli venne permesso di farlo? Non lo so, ma ne vedo gli effetti: un Paese in cui vige un "fascismo light" che non mi piace per niente, con al governo partiti xenofobi e razzisti.
 
Un'altra mossa, non meno importante, è stata quella del portavoce di Berlusconi, il senatore Paolo Bonaiuti, che ha subito convocato per una riunione i direttori dei periodici cattolici che avevano criticato Berlusconi. Il voto cattolico è importante per Berlusconi e ai cattolici importano le leggi berlusconiane in difesa della scuola privata cattolica e dei privilegi economici tipo l'esenzione della tassa ICI per gli immobili del clero cattolico in cui si svolgano attività commerciali o la truffa vera e propria dell'8 per mille. Il giorno dopo, grande risalto al fatto che, grazie al divorzio da Veronica Lario, Berlusconi potrà essere riammesso al sacramento della comunione durante la messa!
 
Quando si è iniziato a parlare che le cause del divorzio dalla Lario erano le "minorenni", gli osservatori internazionali hanno speculato che la storia avrebbe potuto distruggere il Cavaliere. Ma, nei fatti, lui rimane popolare come sempre. Perché?

Perché il suo contro-racconto è stato rapidissimo e pervasivo, mentre sua moglie (la vittima) è stata zittita e insultata come una poco di buono e come cornuta ("Libero", editoriale dell'allora direttore Feltri ora passato al Giornale, ndr). La propaganda dell'Agenzia Stefani funziona e Berlusconi ne è un maestro. Sua moglie lo conosce da trent'anni e lo ha definito un uomo malato. Ecco un'altra domanda che avrei fatto a Berlusconi, se fossi stato ospite di "Porta a porta": di che malattia sta parlando sua moglie, presidente?
 
Quali sono le implicazioni di lungo termine del regime di Berlusconi sul futuro della democrazia italiana?

Il danno è già stato fatto. Siamo un Paese non pienamente libero. Gli italiani hanno disimparato che come cittadini hanno dei diritti e dei doveri. E occorreranno decenni perché gli italiani imparino di nuovo a rispettare le leggi, come era naturale invece negli anni passati anche grazie all'esempio dei grandi politici di allora: De Gasperi, Einaudi, La Malfa, La Pira, Dossetti, Berlinguer, Pertini, Scalfaro.
 
Lei ha vinto la sua causa in tribunale. Che tipo di reazioni ha avuto?

I giornali ne hanno parlato senza troppo risalto nelle pagine interne (eppure era una notizia bomba: immagina Paul Merton che vince la causa contro Gordon Brown!), mentre la notizia della querela di Berlusconi contro di me era stata data in prima pagina.
 
Spera di tornare in TV?

Ovviamente. La tv non è un hobby: è il mio lavoro e c'è un pubblico numeroso che stravede per me (e io per loro). Il maccartismo è immorale e illegale.
 
In virtù di quali circostanze, lei ritiene che la satira possa tornare nella cultura popolare italiana?

La satira italiana non se n'è mai andata. E' solo sparita a forza dalla tv. Ma i censori dimenticano una cosa: il tempo è dalla nostra parte (Mick Jagger).
 
 
 
 
 
 
 
 

Monday, October 05, 2009

I condoni «mai più» e gli incassi dimenticati

Cinque anni dopo non ancora riscossi 5,2 miliardi della misura del 2003. Ogni volta la promessa: sarà l'ultimo. Risultati quasi sempre al di sotto delle stime

Non chiamatelo condono. D'accor­do, si potranno rimpatriare i denari sot­tratti al fisco pagando il 5%, meno di un quarto della più bassa aliquota Ir­pef. D'accordo, con quel misero 5% si potranno sanare reati penali e al riparo dell'anonimato. Ma non chiamatelo condono. Come potete chiamarlo, allo­ra? Forse «un intervento che rientra nella strategia concordata a livello in­ternazionale per combattere i paradisi fiscali», come l'ha definito Giulio Tre­monti? O «sistemazione del passato», secondo lo strepitoso suggerimento del compianto deputato nazional allea­to Pietro Armani? Ma potreste anche non chiamarlo affatto. «I condoni fatti da questo governo sono stati pochissi­mi e per casi limitatissimi. È la sinistra, con la sua propaganda, a parlare di con­doni, in realtà mai avvenuti». Mai avve­nuti. Lo disse il Guardasigilli Roberto Castelli il 31 marzo del 2006 a Radio An­ch'io. Di lì a poco anche il nuovo gover­no di centrosinistra di Romano Prodi avrebbe fatto il suo bravo condono (l'indulto), ma sul fatto che durante i cinque anni precedenti non si fossero fatti condoni, beh… In un rapporto del novembre 2008 sulle sanatorie fiscali la Corte dei conti ne ha contati 13, soltanto fra il 2003 e il 2004. E lì i magistrati contabili non hanno avuto timore a chiamare «con­dono » anche il primo scudo fiscale, pa­pà della nuova sanatoria per i capitali illegalmente esportati. Quella che l' Av­venire , il quotidiano dei vescovi, che ha definito «una beffa» perpetrata dal «furbetto del governino» dopo essere stato allargato in Parlamento anche ai reati penali. Una bella botta per Tre­monti, che avendo all'inizio escluso tas­sativamente la non punibilità di nefan­dezze tipo il falso in bilancio, si è poi rassegnato: «Senza le modifiche del Parlamento lo scudo sarebbe stato un suicidio». Un suicidio? Già, «sarebbe stato un'autodenuncia penale».

Ci sarebbe da domandarsi che fine abbiano fatto le telecamere alle frontie­re (con la Svizzera?) che aveva promes­so di installare dopo il primo «scudo fi­scale del 2002-2003» per pizzicare gli spalloni che avessero continuato a fro­dare il fisco. Ma comunque, evviva la sincerità del ministro dell'Economia. Ma quella del deputato del Pdl Michele Scandroglio non è forse sincerità? «Non c'è dubbio che la teoria dei con­doni sia passibile di critiche. Però non dobbiamo nasconderci dietro un dito: gli italiani sono anche questo. Noi dob­biamo rappresentare al meglio la realtà che abbiamo, si fa quello che si può con quello che siamo».

Poco prima delle elezioni del 2008 Tremonti ha giurato davanti alle teleca­mere di Repubblica Tv: «Oggi non ci so­no più le condizioni per fare i condoni, che non certo ho fatto volentieri ma perché costretto dalla dura necessità. I condoni sono una cosa del passato». Concetto ribadito addirittura dal futu­ro premier Silvio Berlusconi, questa volta durante una video chat con il Cor­riere. it: «Basta con la stagione dei con­doni. La prossima sarà una stagione di forte contrasto all'elusione e all'evasio­ne fiscale». (31 marzo 2008). Adolfo Ur­so, esponente di An ora viceministro, dichiarava un paio di mesi prima: «Ven­go dalla cultura della legalità della de­stra e dico: mai più condoni di nessun tipo, nemmeno l'indulto».

Poi, quando l'Unione europea boc­ciò il condono Iva varato dal preceden­te esecutivo di centrodestra nel 2003 ri­tenendo che avesse «seriamente» dan­neggiato il mercato comune e favorito i contribuenti colpevoli di frode fisca­le, Tremonti commentò: «Messaggio ri­cevuto, per il futuro è impegno del go­verno escludere provvedimenti del ti­po oggetto della sentenza». (luglio 2008).

Ma non si potrebbe dire che il mini­stro dell'Economia non avesse mai ma­­nifestato ostilità verso le sanatorie. Di­ciotto anni fa, mentre l'ultimo governo di Giulio Andreotti stava per approva­re la terza sanatoria fiscale della storia repubblicana Tremonti scrisse in un editoriale del Corriere: «In Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe. In Italia lo si fa prima delle elezioni ma mutando i fattori il prodotto non cam­bia: il condono è comunque una forma di prelievo fuorilegge». Passato quel condono, l'allora segretario generale delle Finanze Giorgio Benvenuto, in se­guito parlamentare del centrosinistra, promise: «Questo condono sarà l'ulti­mo ». Quattro anni più tardi arrivò il concordato fiscale. Ma il ministro Au­gusto Fantozzi sentenziò: «Credo che ormai l'epoca dei condoni sia tramonta­ta ». Mai previsione fu meno azzeccata. Sei anni dopo, ecco lo scudo fiscale e la raffica di sanatorie tributarie. Le pole­miche si erano appena smorzate quan­do, nell'estate del 2003, il sottosegreta­rio Giuseppe Vegas oggi viceministro all'Economia, azzardò: «In futuro non ci saranno altri condoni». Mentre il ca­pogruppo di Forza Italia Renato Schifa­ni ammoniva: «Siamo di fronte all'ulti­mo giro di boa di una riforma fiscale. Il cittadino sa benissimo che una volta varata non ci sarà più spazio per la cle­menza ». Pochi mesi dopo, la finanzia­ria 2004 reiterò il condono fiscale tom­bale. E toccò al successore di Tremonti, Domenico Siniscalco, ripetere ancora nel 2004: «La stagione dei condoni è fi­nita » .

Arriviamo quindi ai giorni nostri. Non che nel frattempo i vari condoni non siano stati rivendicati. Durante la campagna elettorale del 2006 Berlusco­ni arrivò ad affermare che «i condoni non sono poi così negativi, visto che l'Unità, l'Unipol e il signor Prodi, in una società in cui è presente un suo fa­miliare, ne hanno usufruito». Per con­cludere: «I condoni hanno portato mol­ti soldi all'erario e vi ha ricorso chi ave­va evaso le tasse durante il governo Prodi » .

Sul fatto che i condoni abbiano fatto ricco il Fisco, tuttavia, si potrebbe di­scutere. Secondo la Cgia di Mestre tutti i condoni, compresi quelli edilizi e pre­videnziali, varati dal 1973 a oggi avreb­bero garantito un incasso, attualizzato in valuta 2005, di 104,5 miliardi di eu­ro. Se fosse così, in trent'anni l'Erario avrebbe recuperato con le sanatorie l'evasione fiscale di un solo anno, che è appunto stimata in circa 100 miliardi di euro. Ma se fosse così. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, e cioè la rivi­sta on-line dell'Agenzia delle Entrate Fi­scooggi. it ha calcolato invece che dal 1973 al 2003 lo Stato ha incassato con i principali condoni tributari, previden­ziali, assicurativi, valutari ed edilizi 26 miliardi di euro. Fatevi i conti sul nu­mero degli abitanti: 15 euro a testa l'an­no. L'equivalente di una pizza e una bir­ra, per fare strame di quel minimo di correttezza civica che esisteva in Italia. Soltanto in due casi, vale a dire con i condoni fiscali del 1982 e del 1992, si è superata la previsione di gettito. In al­tri casi, si è andati ri­dicolmente sotto le stime. Come se non bastasse, c'è stato pure chi ha aderito al condono ma poi non ha nemmeno pagato o pagato tut­to. La Corte dei con­ti nel novembre 2008 ha rivelato che a quella data resta­vano da incassare ancora 5,2 miliardi di euro dei 26 mi­liardi attesi per il condono 2003-2004, in base alle dichiarazioni pervenute alle Fi­nanze. Cinque mi­liardi su 26: il venti per cento.

In quel rapporto si racconta anche un altro particolare. E cioè che 34 mila persone fecero il condono tombale in forma anonima, avvalendosi di una fa­coltà prevista da quella sanatoria: pre­sentare al Fisco una «dichiarazione ri­servata », come per lo scudo fiscale. Con il risultato di restare nell'ombra pure in quel caso. Ma il numero di 34 mila è soltanto una stima. Quando il magistrato della Corte dei conti ha chie­sto di avere i dati relativi a quelle di­chiarazioni «riservate» si è sentito ri­spondere dall'Agenzia delle entrate che, «trattandosi di dati sensibili», era­no «in possesso unicamente del mini­stro ». Ma potevano avere sulla coscien­za 34 mila suicidi?

Sergio Rizzo
04 ottobre 2009© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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What is the environmental impact of electric cars?

https://eeb.org/wp-content/uploads/2023/02/230201_Factsheet_Environmental_Impact_electric_cars_FINAL.pdf