Friday, June 17, 2005

Church and state in Italy

Church and state in Italy

International Herald Tribune
THURSDAY, JUNE 16, 2005

The failed referendum to ease Italy's restrictive assisted-fertility law was the first test of the new pope's willingness to inject himself into politics, and the results were discouraging. Italian law, which defines every union of egg and sperm as the beginning of a human life, places severe limits on the creation and use of embryos, not only in the field of stem cell research but also in standard treatments for infertile couples. Heeding a call from the Italian bishops' conference, supported by Pope Benedict XVI, enough voters boycotted the referendum to render it invalid. The Catholic Church has every right to create its own doctrine on such issues for the faithful, to enforce them within the church, and to make its views public. But using the power of the pulpit to urge people to stay away from the ballot box is not a religious act, but an antidemocratic one. It is unacceptable interference.

 

The vote was the first major test of the power of the church in Italy since the election of the conservative Benedict XVI, and it raised fears that the Holy See would next turn its sights on abortion and divorce. Certainly the stunning success of the church in keeping the turnout for the referendum down to a dismal 25.9 percent demonstrated that however empty Italy's churches might be, the church has a considerable influence on moral issues. Prime Minister Silvio Berlusconi and his conservative government largely stayed on the sidelines, and even some opposition politicians, such as Francesco Rutelli, Berlusconi's unsuccessful challenger in 2001, found it politically expedient not to cast a ballot.

 

The Italian debate echoed many of the impassioned political conflicts that have divided American society under the broad umbrella of "moral values," threatening many social achievements and eroding the barriers between church and state. We welcome an open and ardent debate on these issues. But the separation of church and state is a vital part of a real democracy. Democracy guarantees the right of every religion to preach its values and beliefs. It does not grant churches the right to dangerously tamper with democracy to impose their rules on everyone else.

 

 

 

 

http://www.iht.com/bin/print_ipub.php?file=/articles/2005/06/15/news/editaly.php

Thursday, April 28, 2005

"Licenza d'uccidere" in Florida

Nuova legge autorizza i cittadini a sparare anche fuori casa
non appena si sentano "minacciati". Lobby delle armi soddisfatta
"Licenza d'uccidere" in Florida
la guerra al crimine di Jeb Bush

DAL NOSTRO INVIATO VITTORIO ZUCCONI

 

 

WASHINGTON - Attenti a quel nonno, turisti in viaggio per la Florida, in guardia da Topolino e Minnie. Da ieri hanno la licenza di uccidere, hanno ricevuto dallo Stato governato dal fratello di Bush il permesso legale di spararvi senza fare domande, se si sentono minacciati, stile Bagdad. La Florida è diventata il primo Stato americano, e forse l'unico al mondo, nel quale il principio universalmente accettato della "legittima difesa" si è esteso al legittimo sospetto e ora, non sorprendentemente trattandosi della famiglia Bush, i singoli cittadini possono condurre la propria "guerra preventiva" al crimine.

Tra l'entusiasmo e i generosi finanziamenti della National Rifle Association, la lobby dell'arsenale privato che arma l'America, la Camera e il Senato della Florida hanno approvato, addirittura senza opposizione nel caso del Senato, la legge che autorizza i cittadini a sparare su aggressori, rapinatori, malviventi, maleintenzionati, chiunque li guardi storto e sia percepito come una "minaccia", senza perdere tempo a chiedere aiuto o a tentare di fuggire e a farlo per strada, nei supermercati, nei luoghi pubblici, ovunque. Poiché già da tempo la Florida permette il trasporto di armi nascoste, in una borsetta, sotto la giacca, in automobile, ovunque, ogni uomo, ogni donna, ogni pupazzo di peluche, è divenuto automaticamente lo sceriffo di sé stesso. Mezzogiorno di Fuoco a Disneyworld.

La "dottrina del castello", come era stata chiamata la legge che già autorizzava a sparare contro ogni intruso che tentasse di entrare in casa propria, secondo il detto "la mia casa è il mio castello", si è allargata alla nuova legge detta dello stand your ground, del restare a piè fermo e fare fuoco subito, senza scappare o dibattersi. Spaghetti western a Miami. "L'idea che per essere giustificata un'autodifesa dovesse essere preceduta da un tentativo di fuga era insensata" ha commentato Jeb Bush, il governatore fratello. "Una donna che capisca di trovarsi davanti un violentatore, può ora estrarre la rivoltella e sparare, senza timore di essere incriminata per eccesso di difesa".

 

Il problema, ovviamente, è avere una ragionevole certezza, nei momenti di panico davanti a una possibile aggressione, che l'attaccante abbia davvero l'intenzione di nuocere, ma la nuova legge del "piè fermo" non sottilizza. Ogni guerra preventiva, privata o nazionale, è sempre costruita su un processo alla intenzioni. La persona che si sente in pericolo e che porta un revolver con sé diviene agente di polizia, pubblico ministero, giudice, giuria e giustiziere, sotto la protezione dello Stato. "La tragedia di questa nuova legge sta nel senso di immunità che rischia di produrre nei cittadini e non oso pensare a che cosa potrà accadere all'uscita, per esempio, di uno stadio, se un tifoso si sentisse minacciato da un altro tifoso ubriaco e manesco" ha commentato qualcuno che di pubblica sicurezza e di violenza sa qualcosa, il capo della polizia di Miami, John Timoney. "Questa è una legge irresponsabile, demagogica e pericolosa".

Ma anche molto popolare, come dimostra il voto entusiastico nelle due Camere dello Stato dove non è la solita "destra repubblicana" ad avere la maggioranza, ma sono i democratici, il partito di opposizione al governatore repubblicano Bush. Sull'onda di questa popolarità trasversale, la lobby delle armi, non soddisfatta di quei 192 milioni di armi da fuoco nelle mani dei cittadini americani, ha già annunciato che presenterà leggi simili negli altri 49 Stati, per dare a tutti la stessa "licenza di uccidere".

Neppure la costante caduta del numero dei crimini violenti in tutto il Paese o il puntuale ricorrere di stragi, quelle sì insensate, dal liceo di Columbine in Colorado al massacro nella riserva indiana del Minnesota poche settimane or sono, scuote l'illusione che una popolazione civile armata come i gunslingers, i pistoleri del vecchio West sia una protezione contro il crimine.

E neppure i dati statistici inconfutabili, sul rapporto diretto tra armi da fuoco e morti violente scuote la protervia insaziabile della lobby o la passione nazionale per pistole e fucili. Nelle nazioni dove il porto d'armi è strettamente controllato, il numero di morti da pallottola è minuscolo, 9 all'anno in Nuova Zelanda, 15 in Giappone, 30 in Gran Bretagna, 109 in Canada, contro i 30.708 negli Stati Uniti, tra omicidi, suicidi e morti accidentali, spesso di bambini in casa. Una cifra annuale, questi 30 mila, che sfiora il totale dei soldati caduti nei tre anni di guerra in Corea (33 mila) e avvicina il numero complessivo dei morti nei 15 anni di conflitto in Indocina, 58 mila.

Naturalmente, e inutilmente, le lobby anti armi hanno tentato di opporsi, guidate sempre da quella fondazione Brady intitolata al nome del portavoce di Reagan, paralizzato dai colpi dell'attentatore che ferì il presidente. Il diritto a portare armi sembra, ai sostenitori, garantito dalla stessa Costituzione e dove non arriva la Costituzione arrivano i legislatori della Florida, rincorrendo la popolarità e i sondaggi. E pensando a quelle elezioni presidenziali del 2008 alle quali Jeb guarda, pistola pronta nella fondina.

(28 aprile 2005)

 

 

http://www.repubblica.it/2005/d/sezioni/esteri/floridarmi/floridarmi/floridarmi.html#

Tuesday, April 12, 2005

Olio di colza nei diesel, chi lo usa è fritto

Passaparola ad alto rischio sul presunto risparmio sui carburanti diesel ottenibile mettendo oli da supermercato nei serbatoi delle auto.

[ZEUS News - www.zeusnews.it - 12-04-2005]



"La colza danneggia gravemente Siniscalco": inizia così, provocatoriamente, un e-mail che sta impazzando da un paio di settimane e istiga alla disubbidienza fiscale. Secondo l'e-mail, sarebbe possibile sostituire almeno in parte il carburante diesel con olio di colza da supermercato. Ma ovviamente il governo non vuole che si sappia, perché se tutti usassero l'olio di colza alimentare, meno tassato del carburante diesel, il Fisco ci rimetterebbe.

C'è di meglio, secondo l'appello in circolazione: "bruciare olio di colza inquina zero" e "il vostro motore non solo durerà di più, ma avrà una resa migliore e brucerà meno combustibile". I giganti del petrolio ci tengono che questa nozione non si diffonda, ma l'impavido eco-comico Beppe Grillo l'avrebbe pubblicata e garantita con l'aiuto del Resto del Carlino, stando al messaggio.

Purtroppo è una bufala, e stupisce che ci sia gente disposta a schiaffare olio da cucina nella propria automobile soltanto perché l'ha sentito su Internet. Ma quest'appello scardina le normale difese del buon senso facendo leva sui classici meccanismi psicologici delle bufale: il complotto governativo; l'informazione tenuta segreta; l'occasione di vendicarsi di un "nemico" (in questo caso, il fisco avido personificato dal ministro Siniscalco); e magari anche l'antipatia politica. Ci si crede, insomma, perché ci si vuole credere.

Innanzi tutto, l'attribuzione a Beppe Grillo è falsa o frutto di un malinteso. Nel suo sito, infatti, l'unica traccia di questo messaggio è nel forum dedicato ai commenti dei lettori, in data 22 marzo. Probabilmente qualcuno degli incauti disseminatori della "notizia" ha letto questo commento e vi ha aggiunto la dicitura "www.beppegrillo.it" (o, in altri casi, il nome del comico), dando l'errata impressione che il messaggio sia stato scritto e "garantito" da Beppe Grillo in persona.

Non è chiaro, invece, cosa dica l'articolo del Resto del Carlino citato nel messaggio, la cui datazione è incerta (il messaggio dice che l'articolo è di "oggi", ma chissà a quando si riferisce). Potrebbe risalire al 14 marzo 2005, secondo alcuni accenni trovati nei forum in Rete, ma non è disponibile negli archivio del Carlino. Se qualcuno ne avesse una copia, sarebbe interessante leggerla.

Della teoria dell'olio di colza nei motori diesel hanno comunque parlato molti organi d'informazione tradizionali. Se ne sarebbe occupato il TG3 in un servizio del 12 marzo 2005, mostrando il proprietario di una Mercedes di Trento che riforniva la propria automobile diesel con una bottiglia da un litro di olio di colza da supermercato. Anche Repubblica.it ha pubblicato un articolo confuso e sensazionalista in proposito, secondo il quale ci sarebbe addirittura una mania collettiva nel nord Italia, ma non fornisce alcun dato che confermi quest'affermazione, basata a quanto pare esclusivamente sul fatto che se ne parla molto in Google.

E' vero che usare l'olio di colza al posto del carburante diesel configura una truffa ai danni dello stato per mancato pagamento delle accise che gravano su tutti i carburanti, ma l'idea di base dell'appello, ossia che si possa impunemente mescolare al diesel l'olio di colza venduto nei supermercati, è falsa.

Infatti l'olio di colza è sì un ingrediente del cosiddetto biodiesel (ossia del carburante diesel ottenuto da fonti vegetali, che è valido, sperimentato e utilizzabile in molte automobili già appositamente predisposte), ma l'olio in commercio non ha subito i trattamenti chimici necessari, per cui produce residui che a lungo andare danneggiano il motore. Inoltre non è noto l'effetto inquinante del bruciare olio da cucina in un motore; la teoria esposta nell'appello ("il bilancio chimico di una pianta è nullo") non tiene conto di questo fatto.

Per esempio, l'olio di colza da supermercato contiene ancora glicerina, che invece nell'olio di colza per biodiesel è stato rimossa. Inoltre il biodiesel è una preparazione chimica dalle caratteristiche ben precise, definite dalla norma europea EN14214, non una miscela fatta a mano e a occhio di carburante diesel prelevato dalla pompa e di olio del supermercato. E i motori diesel compatibili sono calibrati e strutturati per usare quella miscela precisa e nient'altro.

Quattroruote ha inoltre pubblicato un articolo che riassume bene la situazione: "Chi pensa di essere furbo risparmiando poche centinaia di euro all'anno andando a comperare l'olio di semi alimentare al supermercato per fare il pieno all'auto diesel dell'ultima generazione rischia di spendere poi migliaia di euro in riparazioni". La ragione è semplice: "Se si usa l'olio di semi in un moderno diesel si provocano, presto o tardi, danni molto costosi da riparare all'impianto iniezione (pompa e iniettori) e al motore: per risparmiare un centinaio di euro si provocano danni per migliaia di euro". Anche se Quattroruote è possibilista sull'uso "nei semplici, lenti e pesanti motori diesel di trent'anni o quarant'anni fa", ricorda che "L'olio di semi alimentare lascia dannosi depositi carboniosi, morchie e gomme negli iniettori e nella camera di combustione. Non è un olio pensato per resistere alle temperature che si trovano all'interno del motore."

In altre parole, ficcare l'olio da cucina in una macchina diesel moderna è un suicidio graduale praticamente garantito; ficcarlo in un'auto diesel vecchia è comunque un rischio. Ve la sentite di rischiare di rovinare la vostra auto per risparmiare qualche centinaio di euro? Oltretutto, secondo le testimonianze messe in Rete da alcuni sperimentatori dilettanti, "la macchina puzza di fritto da fare schifo".

Se vi state chiedendo come mai il vostro meccanico di fiducia dice invece che si può fare senza problemi, tenete presente un paio di cose: primo, il vostro meccanico non è necessariamente un esperto in reazioni chimiche dei carburanti; secondo, la macchina nella quale dice di ficcare l'olio di colza non è sua, è la vostra; terzo, se fra qualche mese la vostra auto schiatta perché intasata di morchia, andrete da lui a pagarlo per farvela riparare, per cui è nel suo interesse (a breve termine) dirvi di usare l'olio di colza.

Volete davvero risparmiare sul carburante? Imparate a usare meglio l'auto. Lasciatela a casa e fatevi una passeggiata, quando andate a comperare il giornale; usate i mezzi pubblici o mettetevi d'accordo con i colleghi per condividere l'auto a turno; guidate in modo meno aggressivo e più fluido; andate più piano (spesso basta uscire di casa dieci minuti prima per non dover correre); comprate un'auto più piccola e moderna, che consuma meno; e non lasciate acceso il motore inutilmente quando vi fermate. E' questione di buon senso.





Paolo Attivissimo - Quelli di Zeus

Tuesday, March 29, 2005

Oil-for-Food Scandal Brushes Against a Leading Italian Governor

By JASON HOROWITZ

MILAN - The investigation into wide-scale corruption in the United Nations' oil-for-food program appears to be reaching into Italy, and brushing up against one of the most prominent politicians here, Roberto Formigoni, often mentioned as a potential candidate for prime minister.

Mr. Formigoni, governor of the wealthy Lombardy region, is not under any official inquiry. But in a nation with no shortage of corruption scandals or political intrigue, investigators are following a trail of abuses in the embattled program to some of his closest associates, and documents obtained by The New York Times and verified as authentic by Italian officials suggest that the path may veer uncomfortably close to him.

In his first sit-down interview with the foreign press since a journalist writing in Il Sole 24 Ore of Milan and The Financial Times of London fired a broadside of accusations against him in February, Mr. Formigoni denied any wrongdoing, saying he never accepted a drop of oil or a single dollar. He said Italy's Machiavellian political machines were behind the allegations, timed to hurt his bid in coming regional elections.

"I supported it as I believe most of the world supported it," Mr. Formigoni, 57, said of the United Nations program, which made an exception to an embargo on the sale of Iraqi oil during Saddam Hussein's rule, using the revenue to buy essential supplies for Iraqi citizens. "I judged this thing to be positive."

But a huge scandal has since cast a shadow over the $65 billion program. Paul A. Volcker, the former chairman of the Federal Reserve, is leading an independent investigation for the United Nations into charges that the Hussein government used kickbacks and bribes to manipulate the oil sales.

Now Milan prosecutors, who are working with Mr. Volcker's investigators, suspect that some of the graft can be traced to Lombardy. They are examining documents from the archives of the Iraqi State Oil Marketing Organization Ministry, or SOMO, which suggest that Mr. Formigoni received vouchers worth 24 million barrels of discounted Iraqi oil.

The name of a Milan-based oil company, Costieri Genovesi Petroliferi, or Cogep, often appears next to Mr. Formigoni's name on those records, copies of which were made available to The New York Times. The owners of Cogep are under investigation in Milan regarding Iraqi oil. So is Marco Mazarino De Petro, a consultant to the Lombardy region whose name appears in signatures on oil-for-food contracts on behalf of Cogep.

Mr. De Petro, a former member of Italian Parliament and the president of a small air transport company owned by the regional government, was appointed Lombardy's coordinator of international relations in 1998, according to an official bulletin.

In the interview, Mr. Formigoni acknowledged being a close friend of Mr. De Petro's and having been best man at the wedding of Mr. De Petro's daughter. But he denied an allegation in the Italian press that Mr. De Petro acted as his personal business envoy in Iraq.

But a 1996 letter that Italian investigators believe was signed and sent by Mr. Formigoni to Tariq Aziz, who was then a deputy prime minister of Iraq, seems to suggest that Mr. De Petro played a crucial role in representing Mr. Formigoni and Lombardy in Iraq years before his official posting as the region's international relations coordinator.

"Mr. De Petro (you already know him, and he is the bearer of this letter) is once again in Baghdad," says the letter, which was on Mr. Formigoni's official stationery and emphasized his efforts to shift Italian public opinion in favor of Iraq, with which he expressed solidarity. "Please let Mr. De Petro be able to receive a 'mandate,' " it says, meaning a mandate to expedite his business on behalf of Italian companies in Iraq.

When presented with the letter, Mr. Formigoni denied that the signature was his, but a federal prosecutor helping to lead the Italian investigation said the letter appeared genuine, confirming a connection between the men. "It's clear," said the prosecutor, who spoke on the condition of anonymity.

When reached by telephone, Mr. De Petro said: "Everything I did was perfectly legitimate and legal. I represented Lombardy, but not in oil for food."

But Milan prosecutors are investigating Mr. De Petro's apparent involvement in the first oil-for-food contract awarded to Cogep in January 1998. On the contract's final page, a signature for Saddam Hassan, the executive director of SOMO, appears under the heading of seller, and a signature bearing Mr. De Petro's name appears on behalf of Cogep to buy 1.8 million barrels of oil.

Also raising questions is a June 13, 1998, fax sent from Mr. Hassan to the attention of "Mr. Marco" at Cogep. Investigators in Milan say they have no doubt that Marco De Petro was the intended recipient.

Another fax, written in broken English, is dated June 8, 1998, and addressed to his "excellency" Mr. Aziz. In it, Mr. Formigoni was identified as the sender.

"I know that SOMO is signing the new contracts," the fax reads. "Let me to remember to you the names of the Italian oil companies I pointed out to you. One is Cogep."

Mr. Formigoni said he had never seen the fax and did not remember sending it. Nevertheless, he added that Cogep was only one of about a dozen companies from Lombardy that had wanted to take part in the oil-for-food program, and that he was doing his duty as governor to point them out to Iraqi officials, who perhaps mistakenly believed that he had a personal stake in Cogep.

"All that followed was the responsibility of the companies," Mr. Formigoni said. "I will say right now, if the companies might have done something wrong, they have to answer for it."

When a co-owner of Cogep, Natalio Catanese, was reached by telephone, he said, "We don't know anything about this," referring to the fax sent to "Mr. Marco" at Cogep, and to the coupling of his company's name with Mr. Formigoni's in SOMO records. "The accusations are baseless."

In a country so hardened by scandals, political analysts are eager to see what impact, if any, the allegations will have on Mr. Formigoni. Many commentators have noted that the ambitious governor's vehement criticism of the oil embargo and American-led war in Iraq ran afoul of Prime Minister Silvio Berlusconi, who also leads the Forza Italia political party to which Mr. Formigoni belongs.

Tensions have increased between the men in recent weeks since an attempt by Mr. Formigoni to assert his independence from Mr. Berlusconi and increase his own visibility.

"He is certainly a contender to be prime minister in the post-Berlusconi era, and he certainly wants it," said Roberto D'Alimonte, a professor of political science at the University of Florence. "But if some kind of evidence can be shown connecting him to these collaborators, it will tarnish his image."

Mr. Formigoni said he believed that was exactly what his political opponents were trying to do: smear him before important regional elections in April test his popularity.

"It is obvious that it annoys some people that Formigoni is very strong," Mr. Formigoni said. "I don't see any other motive for this concentration of attention on only one single case. Why is it awaking every type of curiosity?"

Copyright 2005 The New York Times Company


Friday, March 11, 2005

L'Italia non sopporta le Authority


L'Italia in questo momento è priva dell'Authority per le Comunicazioni, mentre quella dell'Antitrust è stata rinnovata senza economisti. Le imprese e la politica del nostro Paese non sopportano le regole.

Da giovedì 10 marzo non esiste più l'Authority delle Comunicazioni, nel senso che è scaduta; il Parlamento, solo dalla prossima settimana, sarà chiamato a eleggere un nuovo organismo.

Non si tratta di una novità: la data della scadenza era nota alle forze politiche e al Parlamento da quando venne eletto Enzo Cheli, cioè dal 1998. E' da cinque o sei mesi che su tutti i giornali impazza il toto-nomine per cercare di scoprire chi ne sarebbe il successore. Lo stesso Cheli, con correttezza, più di due mesi fa aveva posto il problema di un'eventuale conferma per l'ordinaria amministrazione dell'organismo. Legge però non la prevede, secondo il parere del Consiglio di Stato. Anche l'opposizione ha chiesto una proroga, per decreto, dei poteri dell'attuale Commissione, almeno per quarantacinque / sessanta giorni; ma non è possibile perché si tratta di un organismo eletto dal Parlamento, che il Governo non potrebbe prorogare.

Così, nonostante tutti lo sapessero, l'Authority è alla fine è scaduta; questo accade in piena campagna elettorale, quella campagna elettorale per le Regionali e per il Referendum che, in base alla legge sulla par condicio, proprio l'Authority deve monitorare: vigilando su eventuali violazioni delle norme, chiedendo comportamenti più corretti, sanzionando i comportamenti scorretti.

Invece, per questa campagna elettorale (o almeno per una parte) l'Authority non ci sarà; se anche venisse eletta in poche sedute, cosa improbabile ma possibile, sconterebbe un periodo inevitabile di rodaggio e di assestamento prima di essere pienamente operativa, anche se formalmente già legittimata. E' come se all'inizio di una partita i giocatori scoprissero che l'arbitro è andato in pensione; tutti sapevano che doveva andare in pensione ma nessuno si è ricordato di sostituirlo per tempo.

Questo fatto è particolarmente grave perché l'Authority delle Comunicazioni dovrebbe vigilare (insieme all'Antitrust) in base alla legge Frattini sul conflitto di interessi, cioè sul fatto che il governo non favorisca attività imprenditoriali del capo del governo e della sua famiglia. Tutto questo avviene in un momento particolarmente delicato per tante situazioni legate al mondo della telefonia fissa e mobile, della rete Internet, del digitale terrestre, della convergenza multimediale.

Si tratta però di un fatto normale, se pensiamo a come l'attuale maggioranza parlamentare e il mondo delle imprese giudicano con grande sofferenza e fastidio l'esistenza stessa delle authority di garanzia e la loro attività: da quella per la Privacy, anch'essa in scadenza e del cui rinnovo nessuno si cura, a quella dell'Antitrust, le cui ultime nomine (di Giorgio Guazzaloca e del professor Penati, consigliere legale di Berlusconi), sono oggetto di un ricorso contrario, presentato al Tar dall'associazione dei consumatori Cittadinanzattiva e da altre, per mancanza dei requisiti di competenza e imparzialità.

L'Antitrust nel suo organismo è privo della presenza di economisti, che renderà in pratica difficile se non impossibile la propria attività; e per ricoprire la carica di presidente dell'Antitrust si era parlato di Mario Monti, ex garante Antitrust europeo e uno dei maggiori economisti italiani.

In questi anni l'Antitrust presieduta da Tesauro, a cui il Parlamento ha voluto negare poteri di vigilanza sui mercati bancari e finanziari contro le normative europee, e nonostante gli scandali finanziari gravissimi, non ha avuto vita facile. Era stato avversato per aver messo in evidenza la grave situazione di duopolio televisivo e pubblicitario di Rai-Mediaset che, finalmente, l'altra Authority (quella per le Comunicazioni) ha deciso di sanzionare prima di andare via. E ricordiamo anche gli scontri con il gruppo Benetton-Autostrade, che aveva minacciato l'Antitrust di non investire più in Italia a causa dei suoi interventi, fino agli scontri molto duri con Telecom Italia, legali e mediatici, portati avanti da Tronchetti Provera stesso.

Anche l'Authority per le Comunicazioni è stata oggetto di uno svuotamento dei suoi poteri da parte di Gasparri con il nuovo Codice delle Comunicazioni: sarebbe dovuto accadere il contrario, cioè sarebbe dovuta essere l'Authority, organismo tecnico indipendente, a ridimensionare i poteri del ministero politico. Per non parlare dei continui tentativi di mettere in riga Cheli da parte di Gasparri, in parte rintuzzati, in parte no.

Nonostante questi attacchi, l'Authority di Cheli prima di chiudere il proprio mandato ha multato Rai e Mediaset per posizione dominante; ha proibito la pubblicità televisiva degli 899 nella fascia fino alle 23; ha riconfermato che la posizione ultradominante di Telecom Italia necessita di controlli e regole che la sfavoriscano e la limitino rispetto ai suoi concorrenti decisamente molto più deboli.

Tutto sommato Cheli e Tesauro se la sono cavata, nonostante un'onda montante sempre più forte volta a ridimensionarli totalmente. Ma tutto lascia presagire che le Authority future saranno molto più deboli, se non conniventi, rispetto ai potentati politico-economici di casa nostra.

Pier Luigi Tolardo - Quelli di Zeus


Wednesday, February 09, 2005

America, avrai un destino sovietico

L’impero Usa
Condoleezza Rice e il presidente Bush tendono la mano agli europei. Ma nell’
analisi più radicale la guerra al terrorismo sta creando una oligarchia che
cozza con i valori migliori della tradizione di Washington

America, avrai un destino sovietico
di Chalmers Johnson

La critica al peso eccessivo della macchina bellica negli Stati Uniti non è
nuova: già il presidente Dwight Eisenhower, che nella Seconda Guerra
Mondiale aveva comandato la più grande armata della storia durante lo sbarco
in Normandia, lasciando la Casa Bianca aveva ammonito contro «il complesso
militare-industriale», l’insieme degli appalti di furniture militari, stati
maggiori e politici amici senza troppa trasparenza. Mentre il segretario di
Stato Rice e il presidente Bush sono intenti a rammendare i rapporti con gli
alleati europei, in America non si smorzano le tensioni sulla direzione
futura del paese. Studiosi come Chalmers Johnson dibattono sul futuro della
loro democrazia: in questo documento, anticipato dal saggio «Le lacrime dell
’impero» (tradotto ora da Garzanti), l’autore raccoglie la voce di chi teme
che la macchina militare possa sfuggire al controllo civile di Washington.
Una posizione radicale, estrema, ma che sta animando il discorso politico
USA trovando consensi anche a destra, per esempio dall’ex nixoniano Pat
Buchanan Diversamente da quanto accade a molti altri abitanti della Terra,
la maggior parte degli americani non riconosce — o non vuole riconoscere —
che gli Stati Uniti d’America dominano il mondo per mezzo della forza
militare. A causa del riserbo governativo, essi perlopiù ignorano il fatto
che il loro Paese presidia militarmente il globo. Non capiscono che la vasta
rete di basi militari americane sparse in tutti i continenti, Antartide
esclusa, costituisce di fatto una nuova forma di impero.



Il nostro Paese ha attualmente ben più di mezzo milione di soldati, spie,
tecnici, insegnanti, dipendenti e operatori civili dispiegati all’estero,
nonché poco meno di una dozzina di task force navali negli oceani e nei mari
di tutto il mondo. Gestiamo numerose basi segrete al di fuori dei nostri
confini per controllare quel che la gente di tutto il mondo — cittadini
americani compresi — dice e comunica, per fax o via e-mail. Le nostre
installazioni militari e di intelligence generano profitti per le industrie
civili, che progettano e producono sistemi d’arma per le forze armate o
prendono servizi in appalto per la costruzione e la manutenzione di
avamposti lontanissimi. Uno dei compiti di queste ditte appaltatrici
consiste nel fornire ai membri dell’impero in uniforme alloggi accoglienti,
cibo ottimo e abbondante, svago e confortevoli villaggi-vacanze alla portata
delle loro tasche. Interi settori dell’economia americana hanno finito per
dipendere dalle commesse militari. Alla vigilia della nostra seconda guerra
in Iraq, ad esempio, il dipartimento della Difesa ha ordinato 273.000
confezioni di crema solare Native Tan (protezione 15) — un quantitativo
triplo rispetto a quello ordinato nel 1999 — che hanno tutta l’aria di
essere un regalo al fornitore, la Control Supply Company di Tulsa, Oklahoma,
e alla sua subappaltatrice, la Sun Fun Products di Daytona, Florida. Nei
quasi cinquant’anni di equilibrio tra le superpotenze, gli Stati Uniti hanno
sempre negato che le loro attività potessero costituire una forma di
imperialismo. Le nostre erano semplici reazioni alla minaccia dell’«impero
del male» sovietico e dei suoi satelliti. Solo con estrema lentezza noi
americani ci siamo resi conto del ruolo sempre più importante assunto dalle
forze armate nel nostro Paese e dell’erosione dei fondamenti della nostra
repubblica costituzionale per mano del potere esecutivo, vera e propria
«presidenza imperiale».

Eppure, neanche ai tempi della guerra del Vietnam e degli abusi noti come
«scandalo Watergate» questa consapevolezza ha acquistato una spinta
sufficiente a invertire il trasferimento di poteri (indotto dalla Guerra
Fredda) dalle mani dei rappresentanti eletti dal popolo a quelle del
Pentagono e delle agenzie di intelligence, tra cui, in primo luogo, la
Central Intelligence Agency. Nel primo decennio seguito alla fine della
Guerra Fredda, abbiamo promosso diverse azioni miranti a perpetuare ed
estendere il nostro potere globale — inclusi guerre e interventi «umanitari»
a Panama, nel Golfo Persico, in Somalia, a Haiti, in Bosnia, in Colombia e
in Serbia — mantenendo al contempo in Asia orientale e nel Pacifico la
stessa presenza militare dei tempi della Guerra Fredda. Agli occhi dei
propri cittadini, gli Stati Uniti sono rimasti, nella peggiore delle
ipotesi, un impero informale. In fondo, non avevano colonie, e le loro forze
armate erano dispiegate nel mondo solo per garantire la «stabilità» e la
«sicurezza di tutti» o per promuovere un ordine mondiale democratico,
fondato su libere elezioni e sull’«apertura dei mercati» secondo il modello
americano. Gli americani amano ripetere che il mondo è cambiato per effetto
degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 al World Trade Center e
al Pentagono. Sarebbe più corretto dire che quegli attacchi hanno prodotto
un pericoloso cambiamento nel modo di pensare di alcuni nostri leader, i
quali hanno cominciato a considerare la nostra repubblica alla stregua di un
vero e proprio impero, una nuova Roma, il più grande colosso della storia,
non più vincolato al diritto internazionale, alle preoccupazioni degli
alleati o a limiti di sorta nel ricorso alla forza militare. Gli americani
erano perlopiù all’oscuro delle ragioni per cui erano stati attaccati e il
Dipartimento di Stato cominciava a sconsigliare il turismo in una lista di
Paesi sempre più numerosa. («Perché ci odiano?», ci si lagnava di frequente
nei talk show, e la risposta solitamente era: «Invidia».) Un numero
crescente di persone, però, ha cominciato a un certo punto a cogliere quel
che gran parte dei non americani già sa, per averlo sperimentato nell’ultimo
mezzo secolo, e cioè che gli Stati Uniti sono qualcosa di diverso da quel
che affermano di essere: sono un moloc militare che punta a dominare il
mondo. Gli americani, forse, preferiscono ancora ricorrere a eufemismi come
«unica superpotenza», ma dall’11 settembre il nostro Paese ha subìto una
trasformazione — da repubblica a impero — che potrebbe anche rivelarsi
irreversibile. All’improvviso, sollevare obiezioni contro la «guerra al
terrorismo» dell’amministrazione Bush è diventato un comportamento
«antiamericano», per non parlare della guerra all’Iraq o all’intero «asse
del male» o, addirittura, agli oltre sessanta Paesi che — secondo il
presidente e il suo segretario alla Difesa — ospitavano cellule di Al Qaeda
ed erano perciò considerati bersaglio legittimo di interventi unilaterali
americani... I media si sono lasciati indurre all’utilizzo di espressioni
asettiche tipo «danni collaterali», «cambio di regime», «combattenti
illegali» e «guerra preventiva», come se queste bastassero a spiegare e a
giustificare quel che stava facendo il Pentagono. Al contempo, il governo
era strenuamente impegnato a evitare che la Corte penale internazionale
potesse sognarsi di esaminare accuse di crimini di guerra contro ufficiali
Usa.
Il raggio d’azione dell’impero americano è globale: nel settembre del 2001,
il Dipartimento della Difesa contava almeno 725 basi militari americane al
di fuori del territorio degli Stati Uniti. In realtà sono assai più
numerose, perché in molti casi operano all’interno di altre strutture, in
modo informale o sotto coperture di vario genere. E altre ne sono state
create dal giorno in cui questi dati furono diffusi. Il paesaggio di questo
impero militare è, per la maggior parte degli americani di oggi, inconsueto
e fantastico quanto lo erano il Tibet o Timbuktu per gli europei del XIX
secolo. Tra gli ultimi presìdi acquisiti figurano la base aerea di al-Udeid,
nel deserto del Qatar, dove diverse migliaia di americani — uomini e donne —
vivono in tende dotate di aria condizionata, e la stazione aeronavale dell’
isola di al-Masirah, nel Golfo di Oman, dove l’unico svago è il wadi ball,
un incrocio tra pallavolo e football. Ci sono, però, anche costosi presìdi
permanenti creati tra il 1999 e il 2001 in posti improbabili quali il
Kosovo, il Kirgizistan e l’Uzbekistan. Il moderno impero di basi americano
prevede anche i suoi luoghi di svago e di evasione, analoghi a quelle
cittadine collinari dell’India settentrionale dove gli amministratori del
raj britannico andavano per riposarsi e divertirsi nella stagione più calda.
L’equivalente moderno di Darjeeling, Kalimpong e Srinagar è rappresentato
dal centro vacanze sciistico delle forze armate USA a Garmisch, nelle Alpi
bavaresi, dai loro lussuosi hotel nel centro di Tokyo e dai 234 campi da
golf per soli militari americani che esse gestiscono in tutto il mondo. Come
la maggior parte degli americani che non hanno nulla a che fare con le forze
armate, anch’io avevo prestato ben poca attenzione al nostro impero di basi
militari finché, nel febbraio del 1996, non visitai per la prima volta
quella che di fatto è una colonia militare americana: la piccola isola
giapponese di Okinawa, da noi occupata nel 1945 e mai più abbandonata. A
seguito dello stupro di una dodicenne di Okinawa a opera di due marines e un
marinaio americani, fui invitato dal governatore dell’isola, Masahide Ota, a
parlare del problema costituito dalle nostre basi. Visitai il villaggio di
Kin — quasi interamente fagocitato dalla base dei marines di Camp Hansen,
dove si era verificato il caso di stupro — ed ebbi alcuni colloqui con
alcuni funzionari locali. Tornai a casa profondamente turbato sia dall’
ostilità degli abitanti di Okinawa sia dal fatto che nessuna strategia
americana seria potrebbe giustificare il dispiegamento di trentotto diverse
basi che occupano il 20 per cento migliore dell’intera isola. Nel 1967, data
la mia competenza accademica in questioni cinesi, divenni un consulente
della Cia in incontri che si svolgevano due volte l’anno a Camp Peary,
Virginia, a casa dell’ex direttore Allen Dulles. Compresi poco a poco che
alla Cia era la coda a muovere il cane, e non viceversa. In altre parole,
erano le operazioni segrete, non la raccolta e l’analisi di informazioni, la
vera specialità dell’America. Durante la seconda guerra mondiale, William J.
Donovan aveva fondato l’Office of Strategic Services, precursore della Cia.
Solo in seguito venni a sapere che «secondo una ricostruzione diffusa all’
interno della Cia circa l’impronta lasciata da Donovan sull’agenzia stessa,
egli considerava l’analisi di intelligence un ottimo paravento per le
operazioni sovversive all’estero. Stratagemma rivelatosi più volte utile nel
corso degli anni». È tutta qui la storia dei preziosi contributi offerti con
la mia consulenza: un’esperienza che mi ha reso immune da qualsiasi
inclinazione a credere che il governo tenga i segreti per motivi di
sicurezza nazionale. Le agenzie usano il segreto per proteggere se stesse
dalle indagini del Congresso o da rivali politici o burocratici presenti
nelle istituzioni federali. I veri segreti non necessitano di copertura
alcuna. Vengono semplicemente tenuti come tali da leader prudenti. Si noti
che nel settembre 2002, mentre l’amministrazione Bush terrorizzava
quotidianamente il mondo con dichiarazioni sulle armi segrete di Saddam
Hussein e sulla necessità di un’invasione preventiva dell’Iraq, la Cia
rivelava che, riguardo all’Iraq, non esistevano stime di intelligence in
tema di sicurezza nazionale e che da più di due anni a nessuno era venuto in
mente di prepararne.
Parte integrante della crescita del militarismo negli Stati Uniti, la Cia si
è trasformata nell’esercito privato del presidente, da utilizzare nel quadro
di programmi segreti che egli desidera siano realizzati (come in Nicaragua e
in Afghanistan negli anni Ottanta). In questa luce è facile capire perché
John F. Kennedy fosse un così avido lettore delle avventure di James Bond
scritte da Ian Fleming. Nel 1961, Kennedy considerava Dalla Russia con amore
uno dei suoi libri preferiti. Evidentemente invidiava il Dottor No e il capo
della Spectre, che avevano entrambi a disposizione forze paramilitari
private pronte a eseguire qualsiasi loro ordine. Kennedy trovò le sue prima
nella Cia — finché questa non gli procurò l’umiliazione nella fallimentare
operazione della Baia dei Porci a Cuba — e poi nei berretti verdi.
Attualmente la Cia non è che una delle svariate unità di commando segrete
gestite dal nostro governo. Nella guerra in Afghanistan del 2001, elementi
paramilitari della Cia hanno operato a così stretto contatto con le unità
speciali delle forze armate (berretti verdi, Delta Force eccetera) da
rendere impossibile qualsiasi distinzione. Gli Stati Uniti hanno
orgogliosamente ammesso che la loro prima vittima nell’invasione dell’
Afghanistan è stata un agente della Cia. A mio parere, la crescita del
militarismo, della censura ufficiale e della convinzione secondo cui gli
Stati Uniti non sarebbero più vincolati, come invece afferma il celeberrimo
passo della Dichiarazione d’indipendenza, a «un dignitoso rispetto per le
opinioni dell’umanità», è probabilmente irreversibile. Ci vorrebbe una
rivoluzione per riportare il Pentagono sotto il controllo democratico, per
abolire la Cia o anche solo per pensare di far rispettare l’articolo 1,
sezione 9, proposizione 7 della Costituzione americana: «Nessuna somma dovrà
essere prelevata dal Tesoro, se non in seguito a stanziamenti decretati per
legge; e dovrà essere pubblicato periodicamente un rendiconto regolare delle
entrate e delle spese pubbliche». È questo l’articolo che conferisce potere
al Congresso e fa degli Stati Uniti una democrazia. Esso assicura che i
rappresentanti del popolo siano informati delle attività degli apparati
dello Stato e autorizza una divulgazione completa dei documenti a esse
relativi. Ebbene, per il dipartimento della Difesa e per la Cia, da quando
esistono, questo articolo non è mai valso. Si è sempre applicata, invece, la
politica del «non domandare, non rivelare». La Casa Bianca ha sempre tenuto
segreti i bilanci delle agenzie di intelligence, mentre le truffe legate al
bilancio della Difesa risalgono al Manhattan Project (Seconda guerra
mondiale) e alle decisioni segrete di costruire le bombe atomiche e di
impiegarle contro i giapponesi. Nel 1997, Robert Torricelli — allora
senatore democratico del New Jersey — propose un emendamento al disegno di
legge del 1998 in materia di Defense Authorization che prevedeva l’accesso,
da parte del Congresso, ai consuntivi di spesa per le attività di
intelligence. La sua proposta fu bocciata, ma Torricelli riuscì a dimostrare
che le agenzie di intelligence spendono più del prodotto interno lordo di
Corea del Nord, Libia, Iran e Iraq messi insieme, e lo fanno in nome del
popolo americano ma senza il suo consiglio o la sua supervisione. Il grande
sociologo dello stato Max Weber disse che «tutte le burocrazie cercano di
accrescere la superiorità di chi per professione è più informato. L’
amministrazione burocratica tende sempre a essere un’amministrazione di
"sedute segrete" (...). Messa di fronte a un parlamento, la burocrazia,
grazie al suo infallibile istinto per il potere, contrasta ogni tentativo
dell’assemblea elettiva di approfondire le proprie cognizioni servendosi di
propri esperti e gruppi di interesse (...). La burocrazia predilige,
naturalmente, un parlamento poco informato e, perciò, impotente». Quella di
Weber potrebbe essere la descrizione dell’America di oggi. Riguardo alla
guerra in Afghanistan, le sole informazioni a disposizione dell’opinione
pubblica e dei suoi rappresentanti provengono dal Dipartimento della Difesa.
I militari sono diventati degli esperti nella gestione delle notizie. Dopo
gli attentati dell’11 settembre, il governo ha cominciato a ridurre la
disponibilità di informazioni a ogni livello, come, ad esempio, in merito
alle accuse rivolte ai combattenti catturati in Afghanistan, ma anche
altrove, e tenuti in condizioni di totale isolamento in una prigione del
Pentagono a Cuba. I nostri giornali hanno preso ad assomigliare sempre di
più a gazzette ufficiali; i telegiornali si sono semplicemente arresi,
limitandosi a obbedire agli ordini della proprietà delle emittenti, mentre i
due partiti politici fanno il possibile per superarsi a vicenda quanto a
compiacenza nei confronti della Casa Bianca. Mentre il militarismo, l’
arroganza del potere e gli eufemismi necessari a giustificare l’imperialismo
entrano fatalmente in rotta di collisione con la struttura di governo
democratica dell’America e ne distorcono cultura e valori fondamentali, io
comincio a temere per la sorte del nostro Paese. Se sto sopravvalutando la
minaccia, verrò certamente perdonato, perché le generazioni future saranno
felici del fatto che io mi sto sbagliando. Intravedo il rischio che gli
Stati Uniti imbocchino una strada non dissimile da quella intrapresa dall’
Unione Sovietica negli anni Ottanta. L’Urss è crollata per le contraddizioni
economiche interne prodotte da tre ragioni fondamentali: la rigidità
ideologica, l’eccessiva estensione dell’impero e l’incapacità di autoriforma
del sistema. Poiché gli Stati Uniti sono molto più ricchi, potrebbe volerci
più tempo perché degenerazioni simili seguano il loro corso. Le analogie,
però, sono evidenti, e non sta scritto da nessuna parte che gli Stati Uniti,
in quanto impero che domina il mondo, debbano durare in eterno.


Friday, December 03, 2004

Some Abstinence Programs Mislead Teens, Report Says

By Ceci Connolly
Washington Post Staff Writer
Thursday, December 2, 2004; Page A01

Many American youngsters participating in federally funded abstinence-only programs have been taught over the past three years that abortion can lead to sterility and suicide, that half the gay male teenagers in the United States have tested positive for the AIDS virus, and that touching a person's genitals "can result in pregnancy," a congressional staff analysis has found.

Those and other assertions are examples of the "false, misleading, or distorted information" in the programs' teaching materials, said the analysis, released yesterday, which reviewed the curricula of more than a dozen projects aimed at preventing teenage pregnancy and sexually transmitted disease.

In providing nearly $170 million next year to fund groups that teach abstinence only, the Bush administration, with backing from the Republican Congress, is investing heavily in a just-say-no strategy for teenagers and sex. But youngsters taking the courses frequently receive medically inaccurate or misleading information, often in direct contradiction to the findings of government scientists, said the report, by Rep. Henry A. Waxman (D-Calif.), a critic of the administration who has long argued for comprehensive sex education.

Several million children ages 9 to 18 have participated in the more than 100 federal abstinence programs since the efforts began in 1999. Waxman's staff reviewed the 13 most commonly used curricula -- those used by at least five programs apiece.

The report concluded that two of the curricula were accurate but the 11 others, used by 69 organizations in 25 states, contain unproved claims, subjective conclusions or outright falsehoods regarding reproductive health, gender traits and when life begins. In some cases, Waxman said in an interview, the factual issues were limited to occasional misinterpretations of publicly available data; in others, the materials pervasively presented subjective opinions as scientific fact.

Among the misconceptions cited by Waxman's investigators:

• A 43-day-old fetus is a "thinking person."

• HIV, the virus that causes AIDS, can be spread via sweat and tears.

• Condoms fail to prevent HIV transmission as often as 31 percent of the time in heterosexual intercourse.

One curriculum, called "Me, My World, My Future," teaches that women who have an abortion "are more prone to suicide" and that as many as 10 percent of them become sterile. This contradicts the 2001 edition of a standard obstetrics textbook that says fertility is not affected by elective abortion, the Waxman report said.

"I have no objection talking about abstinence as a surefire way to prevent unwanted pregnancy and sexually transmitted diseases," Waxman said. "I don't think we ought to lie to our children about science. Something is seriously wrong when federal tax dollars are being used to mislead kids about basic health facts."

When used properly and consistently, condoms fail to prevent pregnancy and sexually transmitted diseases (STDs) less than 3 percent of the time, federal researchers say, and it is not known how many gay teenagers are HIV-positive. The assertion regarding gay teenagers may be a misinterpretation of data from the Centers for Disease Control and Prevention that found that 59 percent of HIV-infected males ages 13 to 19 contracted the virus through homosexual relations.

Joe. S. McIlhaney Jr., who runs the Medical Institute for Sexual Health, which developed much of the material that was surveyed, said he is "saddened" that Waxman chose to "blast" well-intentioned abstinence educators when there is much the two sides could agree on.

McIlhaney acknowledged that his group, which publishes "Sexual Health Today" instruction manuals, made a mistake in describing the relationship between a rare type of infection caused by chlamydia bacteria and heart failure. Chlamydia also causes a common type of sexually transmitted infection, but that is not linked to heart disease. But McIlhaney said Waxman misinterpreted a slide that warns young people about the possibility of pregnancy without intercourse. McIlhaney said the slide accurately describes a real, though small, risk of pregnancy in mutual masturbation.

Congress first allocated money for abstinence-only programs in 1999, setting aside $80 million in grants, which go to a variety of religious, civic and medical organizations. To be eligible, groups must limit discussion of contraception to failure rates.

President Bush has enthusiastically backed the movement, proposing to spend $270 million on abstinence projects in 2005. Congress reduced that to about $168 million, bringing total abstinence funding to nearly $900 million over five years. It does not appear that the abstinence-only curricula are being taught in the Washington area.

Waxman and other liberal sex-education proponents argue that adolescents who take abstinence-only programs are ill-equipped to protect themselves if they become sexually active. According to the latest CDC data, 61 percent of graduating high school seniors have had sex.

Supporters of the abstinence approach, also called abstinence until marriage, counter that teaching young people about "safer sex" is an invitation to have sex.

Alma Golden, deputy assistant secretary for population affairs in the Department of Health and Human Services, said in a statement that Waxman's report is a political document that does a "disservice to our children." Speaking as a pediatrician, Golden said, she knows "abstaining from sex is the most effective means of preventing the sexual transmission of HIV, STDs and preventing pregnancy."

Nonpartisan researchers have been unable to document measurable benefits of the abstinence-only model. Columbia University researchers found that although teenagers who take "virginity pledges" may wait longer to initiate sexual activity, 88 percent eventually have premarital sex.

Bill Smith, vice president of public policy at the Sexuality Information and Education Council of the United States, a comprehensive sex education group that also receives federal funding, said the Waxman report underscored the need for closer monitoring of what he called the "shame-based, fear-based, medically inaccurate messages" being disseminated with tax money. He said the danger of abstinence education lies in the omission of useful medical information.

Some course materials cited in Waxman's report present as scientific fact notions about a man's need for "admiration" and "sexual fulfillment" compared with a woman's need for "financial support." One book in the "Choosing Best" series tells the story of a knight who married a village maiden instead of the princess because the princess offered so many tips on slaying the local dragon. "Moral of the story," notes the popular text: "Occasional suggestions and assistance may be alright, but too much of it will lessen a man's confidence or even turn him away from his princess."

© 2004 The Washington Post Company

Friday, November 19, 2004

Mussolini heir closes in on centre of power

From Richard Owen in Rome





GIANFRANCO FINI, the Italian “post-Fascist” leader who once described
Mussolini as “the greatest statesman of the 20th century”, attained
international respectability yesterday when he was named Italian Foreign
Minister.

The appointment is likely to enhance Signor FiniÂ’s chances of eventually
becoming Prime Minister. Signor Fini, 52, who took one of the biggest
gambles in Italian postwar politics by transforming the neo-Fascists into a
mainstream conservative party ten years ago, replaces Franco Frattini, Italy
Â’s new European Commissioner. His appointment had been rumoured for weeks
but had been held up by wrangling within the centre-right coalition of
Silvio Berlusconi over tax reforms.

Signor FiniÂ’s party, Alleanza Nazionale, which is the second largest party
in the coalition after Signor BerlusconiÂ’s Forza Italia, has long demanded a
greater role in government.

Signor Fini — dapper, able, urbane and ambitious — had made no secret of his
desire to be Foreign Minister. He is expected to take a higher profile than
Signor Frattini, a Berlusconi protégé.

There are lingering suspicions about Signor FiniÂ’s record, both in Europe
and on the Italian Left. Apart from his remark about MussoliniÂ’s greatness,
in a 1994 interview with La Stampa, Alleanza Nazionale retains some features
of Fascist social and economic thinking in its emphasis on family values,
nationalism and the role of the corporate state.

On the other hand, its democratic and European credentials are not in
question. Last year Signor Fini took even his detractors aback by proposing
that immigrants from outside the EU should have the right to vote in local
elections. He has twice visited Israel in the past year to make amends for
Fascist anti-Semitism, and has backed the controversial Israeli wall on the
West Bank.

In 1996 he told The Times that the legacy of Fascism had been overcome, that
Europe need not fear the re-emergence of a strong man at ItalyÂ’s helm, and
that a verdict on Mussolini was “best left to the historians”.

In 2002, when he was named the Italian delegate to the EU Convention
drafting the new European Constitution, he retracted his remark about
Mussolini. Sergio Romano, a former ambassador and ItalyÂ’s foremost
commentator on foreign affairs, said that Signor Fini had “crossed the
desert” and had a “definitive” opportunity to put the past behind him.

Signor Fini joined the Italian Social Movement (MSI), the ideological
descendant of MussoliniÂ’s Blackshirts, as a young man, becoming its youth
leader at 24 and its national secretary in 1987, at 35.

Although Fascism is banned by the postwar Italian Constitution, MSI members
made the Fascist “Roman salute” at rallies and had a reputation for street
violence. In 1994 Signor Fini stunned the rank and file by declaring that
this legacy had to be abandoned, renaming the party the Alleanza Nazionale,
or National Alliance. Diehard neo-Fascists who formed breakaway splinter
groups have recently been joined by Alessandra Mussolini, the granddaughter
of Il Duce, who has become increasingly critical of Signor Fini.

Signor Fini, who on a trip to Auschwitz in 1999 was pelted with eggs and
snowballs by demonstrators, also condemned “the shameful chapters in the
history of our people” while in Israel and denounced the 1938 Fascist “race
laws” as “disgraceful”.

Ariel Sharon, the Israeli Prime Minister, called him “a good and friendly
leader”, adding that it was “time to look to the future, not the past”.

Signor Berlusconi, 68, has been in power for a record 3½ years, but faces
coalition squabbles, falling opinion poll ratings, strikes and allegations
of corruption.

FROM FAR-RIGHT FIREBRAND TO FIERCE FRIEND OF ISRAEL

1952: born in Bologna

1975: graduates with first-class degree in psychology from La Sapienza
university, in Rome

At 24 becomes youth leader of the Italian Social Movement (MSI), descendant
of MussoliniÂ’s Blackshirts

Journalist on Il Secolo DÂ’Italia, the neo-Fascist paper


1983: elected councillor for the MSI in Latina, a town south of Rome created
by Mussolini

1987: becomes MSI party leader and elected to Parliament


1992: embarrassed when supporters mark the 70th anniversary of MussoliniÂ’s
March on Rome by wearing black shirts and giving the fascist salute


1994: transforms the MSI into moderate Alleanza Nazionale (AN), retaining
the MSI symbol — a flame — but jettisoning the Mussolini legacy at party
congress at Fiuggi in January 1995


1994: takes AN into the short-lived centre-right Government of Silvio
Berlusconi

May 2001: becomes deputy Prime Minister when Berlusconi and the centre Right
return to power

January 2002: appointed Italian delegate to the EU Convention drawing up the
European Constitution

November 2004: becomes fourth Foreign Minister since 2001, after Renato
Ruggiero, who was pressurised to resign, Berlusconi himself, who took the
post as an interim measure, and Franco Frattini

Married to Daniela. One daughter. Keen fan of Lazio football club and
forceful opponent of racist violence on the terraces













Copyright 2004 Times Newspapers Ltd.



Thursday, November 18, 2004

Condoleezza Rice

Thursday, November 18, 2004


Now that Condoleezza Rice has been nominated to be the next U.S. secretary
of state, the whole world seems to be noticing that President George W. Bush
is stuffing his second-term cabinet with yes men and women. It's worrisome,
although when the president did have dissident voices in the top tier of his
administration, he did a very thorough job of ignoring them. Optimists can
regard the new team as a more efficient packaging of the status quo.

Our concern about Rice is not that she makes the president feel comfortable.
It's that as national security adviser, she seemed to tell him what he
wanted to hear about decisions he'd already made, rather than what he needed
to know to make sound judgments in the first place.

That was particularly true regarding weapons of mass destruction in Iraq.
Rice, who appeared so often on the Sunday morning talk shows and even on the
campaign trail that she sometimes seemed more like a press secretary than a
national security adviser, was the one who told Americans that Saddam
Hussein was actively pursuing nuclear weapons. And she ominously warned that
"we don't want the smoking gun to be a mushroom cloud."

Her staff knew that the evidence behind those claims was extremely dubious
at best. Rice was either ignoring facts that were right in front of her,
unable to screen out the bad intelligence, or deliberately misleading the
American people. In any case, she failed in her duty to keep the president
from seizing upon the same unreliable intelligence to defend his policy of
preventive war with Iraq before Americans and the world.

As secretary of state, Rice is going to be first and foremost a loyal
servant of Bush's agenda and worldview, and that does not bode well for
those who were hoping for a more nuanced approach to American diplomacy.
Much more worrisome is where the people around her and directly under her
will be getting their marching orders. Stephen Hadley, who will become
national security adviser after four years as Rice's loyal second, has ties
to Vice President Dick Cheney, as do other officials who have been mentioned
for possible top jobs at the State Department. If Rice surrounds herself
with ideologues who adopt Cheney's my-way-or-the-highway attitude toward the
rest of the world, she'll be undermining herself and the United States'
national interests from Day 1.

Rice, a former academic, has no real background in managing a vast
bureaucracy or in hands-on diplomacy. But she has other attributes that
could serve her well in her new job. Unlike Colin Powell, Rice seems willing
to travel constantly. That's a critical requirement for a secretary of
state. Diplomacy is a world of formal positions and personal relationships -
breakthroughs almost always occur when players at the highest level meet
face to face. And when Rice negotiates in her new job, she will not only
have an exalted title, but will also have all the power that comes from
having the president's trust and attention.

The greatest service Rice could do for the United States, the world and
Bush's legacy would be to focus her considerable energies on encouraging a
permanent peace agreement between Israel and the Palestinians. This is the
real key to long-term stability in the Middle East, and opportunities to
achieve it have opened up with the death of Yasser Arafat. If Bush could do
what President Bill Clinton tried so hard to do, but failed, it could be an
achievement that would overshadow many of the foreign policy disasters of
the first term. And Rice would have proved beyond argument that she deserved
the president's - and the American people's - trust because of qualities far
more important than knee-jerk loyalty.





Copyright © 2004 The International Herald Tribune | www.iht.com


Wednesday, November 10, 2004

Tutti «dottori», la passione italiana e' salva

Il titolo spettera' anche a chi ha preso la laurea breve in tre anni. Chi
prosegue gli studi sara' Âdottore magistrale»

di BEPPE SEVERGNINI

I posteggiatori non sbaglieranno più, quando grideranno «Piano, dottore!»
durante la retromarcia. L'annuncio «Dottoressa, le stanno portando via la
macchina», in un ristorante, provocheràà una sommossa: solo la cameriera
resterà dov'e'¨, e forse nemmeno lei. Visti gli stipendi dei neo-laureati,
infatti, è¨ probabile che molte giovani italiane decideranno di servire
spaghetti e contorni. C'è¨ da registrare una novità , gravida di conseguenze
sociali. La novità è¨ questa: la revisione del decreto che ha istituito il
percorso universitario detto «3+2», approvata dalla Corte dei Conti e in
attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, introduce nuove qualifiche
accademiche. Il titolo di «dottore» spetterà ai possessori della laurea
triennale. Chi prosegue gli studi e consegue la laurea magistrale e il
dottorato di ricerca avrà diritto, rispettivamente, alla qualifica di
«dottore magistrale» e di «dottore di ricerca».



Inaugurazione dell'anno accademico all'università Cattolica di Milano
(Newpress)
NUOVI DOTTORI - Prepariamoci, dunque: la Penisola verrà attraversata da
raffiche di sdottoreggiamenti. Il titolo - sogno dichiarato di milioni di
mamme, cruccio segreto di tanti che hanno abbandonato lÂ’università - verrÃ
rilasciato con più generosità . Chi sognava di ridurre l’uso pubblico delle
qualfiche accademiche è servito. Festa grande, invece, tra quanti si sono
iscritti all’università soprattutto per ottenere un titolo di studio (scopo
raggiunto in soli tre anni, venticinque per cento di sforzo risparmiato).
Tutto bene, quindi? Siamo giunti alla pacificazione sociale nel segno del
«dottore»? Temo di no: il sottile classismo italiano troverà altre strade. I
dottori di ricerca, che esistono anche negli altri Paesi, scopriranno che il
titolo (sudato) è troppo comune, e cominceranno a farsi chiamare PhD, all’
americana: così, giusto per non fare confusione. Anche i dottori
magistrali - quelli che completano il 3+2 - vorranno distinguersi.
Stamperanno «Dott. Mag.» sul biglietto da visita, magari: così qualcuno li
scambierà per magistrati, che fanno sempre una certa impressione.

DOTTORI MAGISTRALI - Non è finita: se si è capito bene, il titolo di
«dottore magistrale» spetterà anche a chi «ha conseguito la laurea con gli
ordinamenti didattici previgenti al decreto 509/1999». Penso a molti
fuori-corso degli Anni Ottanta, laureati a calci del sedere sotto ricatto di
genitori esasperati, improvvisamente insigniti del titolo di «dottore
magistrale». Se hanno un po’ di senso dell’umorismo, dovrebbero ridere. Non
escludo, invece, che corrano a farsi la carta intestata. Ci aspettano
giornate interessanti. Con tre diverse categorie di «dottori» (più i medici,
poveretti, che hanno studiato sei anni, più specialità , per ritrovarsi con
un titolo inflazionato) la nazione barocca darà il meglio di sé. Le persone
importanti nasconderanno il titolo accademico (e poi cadranno malamente,
accettando d'essere chiamate «vip»). Il dottor Rossi di Milano e il dottore
(con la «e») Russo di Napoli metteranno in cornice il diploma di laurea in
giurisprudenza, perché si veda che è stato conseguito prima del 1999.
Ragionieri e geometri penseranno di rivolgersi alla Corte Costituzionale:
come, e noi? Ma più di tutti si divertiranno gli stranieri. Già da tempo
erano convinti che il prefisso «dott.», davanti al nome di una persona,
indicasse che quella persona era italiana. Ora hanno la prova definitiva. Un
tempo eravamo «il bel Paese là dove il sì suona» (Dante Alighieri). Oggi,
dopo i condoni e le riforme accademiche, siamo «il Paese (un po’ meno bello)
là dove riecheggia il dott.». Potrebbe essere un progresso, ma non siamo
sicuri.


10 novembre 2004 - Corriere.it

Tuesday, November 09, 2004

Archaeologists fear 'looters' charter'

John Hooper in Rome
Tuesday November 9, 2004

The Guardian

Archaeologists were yesterday aghast over a plan by MPs loyal to Silvio
Berlusconi to legalise the private ownership of archaeological treasures in
Italy. One called the measure a "looters' charter".
At present, all antiquities found in Italian soil are deemed to be the
property of the state and are meant to be handed over to the authorities.

But under the proposed legislation, treasure hunters who declare their finds
can keep and own them if they pay the state 5% of the object's estimated
value.

Supporters have argued that it would bring to light previously hidden
treasures.

In an article for the newspaper La Repubblica, Salvatore Settis, rector of
the Scuola Normale Superiore in Pisa, said he feared "a gigantic treasure
hunt all over the country" if the measures were approved.

Filippo Coarelli, professor of Roman Antiquities at the University of
Perugia, called the plan "an incitement to theft". He added: "Since there
appears to be no limit on the time during which artefacts can be amnestied,
you could rob today so as to sell tomorrow."

Lord Renfrew, professor emeritus of archaeology at the University of
Cambridge and a former director of the Illicit Antiquities Research Centre,
said: "It sounds like a looters' charter." He added: "Italy has a very good
tradition of looking after its antiquities. This legislation would be a slap
in the face for those in the administration who work for the conservation of
its heritage."

Italy suffers a thriving industry of tomb robbing and is the source of
thousands of illicitly sold artefacts.

In the 1990s, it was estimated that art and antiquities worth around £150m
were exported from Italy each year, but the trade is so secret no one really
knows its true dimensions. In 1996, in one of the largest antiquities
seizures, police in Geneva recovered 10,000 artefacts worth an estimated
$35m (£18.8m) that had been smuggled out of Italy.

This month, the Art Newspaper published an interview with a robber of
Etruscan tombs who said he averaged a break-in every 10 days.

The proposed guidelines are contained in two amendments to the 2005 budget,
which is being debated in the Italian parliament. Both were drafted by
members of Mr Berlusconi's governing Forza Italia party.

The amendments would give the job of pricing and taxing newly declared
antiquities to the officials who are already responsible for Italy's vast
archaeological heritage.

If they failed within a reasonable time to value an artefact, the holder
would automatically become the legal owner.

Once legalised, the artefact could "be the object of contractual activity",
according to the text of one of the amendments.

Earlier this month, one of the signatories of the amendment said that it
would help the "emergence of archaeological items in private hands".

An archaeologist working in Italy who spoke on condition of anonymity said:
"Anyone who works in this sector knows the [officials] are already
overloaded. You can imagine the flood of requests this would bring and the
difficulty the [officials] would have in coping with them."

Guardian Unlimited © Guardian Newspapers Limited 2004


What is the environmental impact of electric cars?

https://eeb.org/wp-content/uploads/2023/02/230201_Factsheet_Environmental_Impact_electric_cars_FINAL.pdf